Passeranno anni prima che si possa dare un giudizio storico sulla figura di Gianni Agnelli, il vero "Re d'Italia" degli ultimi quarant'anni del XX secolo.
Sarebbe facile parlare male di lui, a partire dalle vicende familiari. Resta emblematico, a questo proposito, l'aneddoto del figlio di cinque anni che aspetta per tutto il pomeriggio della domenica il padre, che si è semplicemente dimenticato di aver promesso al piccolo di portarlo alla partita. Sarebbe senza dubbio ingeneroso associare un padre indaffarato a un figlio che viene fermato in Africa per questioni legate al "fumo" e che finisce suicida in un burrone.
La figura di Gianni Agnelli può essere valutata solo in quanto pubblica, lasciando il privato doverosamente da parte, anche il rapporto con il fratello Umberto. Restati orfani presto, era Giovanni a fare da padre al fratello minore, interessandosi dei suoi problemi e andando a parlare con i professori come un qualunque tutore borghese.
Nel 1966, finita l'epoca Valletta, Gianni Agnelli diventa l'Avvocato per antonomasia, anche se avvocato non era (laureato in legge, non aveva mai frequentato uno studio professionale). La sua figura si intreccia con l'immagine stessa della Fiat, il suo look viene imitato da molti.
Negli anni settanta, i più bui della storia repubblicana, tra terrorismo, crollo di valori condivisi e crisi economica, la famiglia Agnelli comprende che deve scendere in prima linea. Gianni assume la presidenza della Confindustria (1974-1976) e Umberto si fa eleggere senatore della DC, così da dare un segnale forte al mondo politico e a quello imprenditoriale e sindacale.
Alla fine degli anni settanta la politica di unità nazionale viene affossata per un evento che teoricamente dovrebbe riguardare solo la Fiat, ma che dimostra come l'azienda sia sempre più immagine e sostanza della Nazione. Al termine di un lungo sciopero in seguito alla minaccia di migliaia di licenziamenti, con il segretario del maggior partito di sinistra che parla pubblicamente di occupazione degli stabilimenti, quarantamila quadri Fiat scendono in strada a sostegno dell'azienda. Un giorno forse qualche storico scriverà che l'era craxiana non nacque al Congresso del Midas, ma dopo, quando tanti esponenti della sinistra capirono, proprio in seguito alla marcia, che l'Italia non era composta solo di studenti extraparlamentari e di intellettuali radical-chic, ma di tanta gente che aveva solo voglia di lavorare.
L'Italia politica, spesso inadeguata, è stata troppo acquiescente ai desideri del suo "Re": l'accordo Alfa-Nissan non si fece perché l'Avvocato non era d'accordo, la stessa Alfa (ridotta peraltro a "stipendificio" da manager nominati per meriti politici) fu svenduta nel 1987 alla Fiat. La politica economica dei vari Governi riaffermava la centralità dell'industria automobilistica quando in Fiat ci credevano e la marginalità della stessa quando il gruppo torinese decise che bisognava diversificarsi nei comparti più alieni al metalmeccanico e che si poteva tranquillamente far morire marchi come Innocenti e Autobianchi che avevano fatto la storia della motorizzazione di massa.
Anche certi investigatori dalle manette facili, ai tempi di Mani Pulite, ebbero con i dirigenti del gruppo un atteggiamento molto "garantista"; nonostante gli avvocati del presidente Romiti avessero ammesso qualche tangente, né Romiti né altri uomini dell'universo Fiat vennero toccati.
Non sono mancati i momenti duri e le amarezze; negli anni settanta l'uscita dal capitale Seat, dieci anni dopo le sanzioni americane per la presenza del capitale libico in Fiat,l'anno scorso l'annullamento del Salone di Torino (era successo solo durante la guerra), per questa Befana il carbone dagli operai di Torino. A parziale compenso, gli scudetti della Juventus e i trionfi della Ferrari.
Luci ed ombre, dunque, su un uomo che, nel meglio e nel peggio, nel Boom degli anni sessanta e nelle crisi posteriori, ha incarnato la Nazione, tanto che mai una nomina a senatore a vita (nel 1991) è stata più indovinata per la rappresentatività del nominato.