Numerosi volumi sono stati scritti sui rapporti che intercorsero fra l'Impero Romano e la Cina.
Pare infatti che le due civiltà ebbero dei contatti, anche se rari, che hanno stuzzicato l'immaginazione degli studiosi. Esiste infatti una traduzione del
"de re rustica" di M. Terenzio Varrone in cinese, varie notizie sul passaggio dei romani sulla Via delle Spezie, numerosi contatti economici tramite la Parthia e l'arrivo di esploratori romani in Mongolia e a Ceylon. Il fatto più significativo è però costituito da una presunta città romana in Cina.
Sull'analisi di testimonianze storiche gli studiosi e gli archeologi, negli
ultimi vent'anni, si sono impegnati a cercare Lijian, una cittadina cinese in cui avrebbero vissuto dei romani. La tesi, che chiaramente ha dell'incredibile, è avvalorata da moltissimi testi cinesi, oltre che dal nome stesso della città, Lijian, che vuol dire "terre occidentali", ma che spesso veniva usato anche per intendere "Impero Romano"; molti studiosi, inoltre, vedono più di una somiglianza fra le parole "lijian" e "legio". L'esistenza di tale città è un dato storicamente acquisito, ciò che invece non sicuro è la sua ubicazione. In molti, sin dagli anni settanta, hanno tentato di dare una risposta al quesito, utilizzando i metodi più disparati, dalle ricerche bibliografiche agli scavi archeologici. Una università australiana aveva anche tentato di studiare la pianta di alcune città fotografate da un satellite, esperimento interrotto bruscamente quando la Cina ha revocato il permesso di scattare foto del suo territorio dopo i fatti di Piazza Tien An Men. L'analisi più interessante è quella che ha studiato il DNA degli abitanti di un paesino di contadini nel Gansu, una regione cinese. Zhelaizhai, questo il nome del paesino, era già salito alla ribalta quando nel '93 degli archeologi rinvennero un muro lungo una decina di metri, che gli abitanti del luogo chiamavano "rovine di Lijian". Purtoppo però, sin dagli anni '70, i contadini avevano usato le rovine come cava per la costruzione delle loro case, per cui il muro era stato notevolmente ridotto. Nella zona erano stati inoltre rinvenuti calderoni in ferro, vasellame metallico, brocche di porcellana risalenti alla dinastia Han orientale (25 - 220 d.C.), oltre ad un grosso legno lungo oltre tre metri provvisto di molte aste, che fu esposto al Centro Culturale del distretto, come parte di un argano o di una macchina da guerra romana. Quello che aveva attirato maggiormente gli studiosi erano però proprio i contadini:
molti di loro sono alti, biondi o castani, con occhi chiari alla occidentale, naso adunco e con una muscolatura molto sviluppata. Ad esempio Song Guarong alto un 1,82 ed ha tratti somatici tipicamente europei, come almeno altre cento persone tra Zhelaizhai e i villaggi vicini. Per loro non c'è alcun dubbio, loro sono i diretti discendenti dei romani di Lijian, tanto che hanno posizionato alcune colonne (che poco hanno di romano...) all'inizio del paese come a simboleggiare il loro legame con Roma.
L'analisi del DNA ha effettivamente rilevato un forte numero di geni "europei" negli abitanti di Zhelaizhai.
A rafforzare la tesi che vede in Zhelaizhai la moderna Lijian vi è l'usanza, strana per la Cina, di costruire prima dell'inizio della primavera un bue di fango,
chiamato "bue di primavera" all'interno del tempio a lui dedicato e di distruggerlo poco dopo per avere fortuna ed un buon raccolto. Inoltre praticano la tauromachia, e secondo gli studiosi cinesi, entrambe queste
pratiche deriverebbero dalle lotte di tori presso gli antichi romani.
Il problema che si pone ora, assumendo che gli abitanti di Lijian fossero realmente dei romani, è capire come mai siano arrivati fino in Cina.