Da qualche anno a questa parte numerosi storici, perlopiù d'origine meridionale, stanno dimostrando che il brigantaggio postunitario fu una vera guerriglia popolare. Probabilmente, anzi, quasi certamente fu così, per i diritti di legnatico aboliti, per la leva obbligatoria, per uno Stato che chiedeva sempre di più ( come la legge delle Chiudende, che aveva trasformato tanti pastori in servi pastori aveva anni prima fatto nascere il brigantaggio barbaricino).
Ma il brigantaggio in Meridione era nato molto prima, si era opposto a Napoleone e ai Borboni rientrati, senza che i briganti si ponessero preclusioni ideologiche. La notte del 18 febbraio 1827 alcuni briganti, tra i quali Giuseppe Meluso, detto il Nivaro, presero a schioppettate gli uomini della Guardia Urbana di Cuccuri, in Calabria. Un anno dopo, il 6 luglio del 1826, sempre il Nivaro con alcuni compagni provocò un conflitto a fuoco con la Guardia urbana di Casino, oggi Castelsilano. Giuseppe Meluso riuscì a sfuggire alla condanna comminatagli nel dicembre del 1834 e si rifugiò a Corfù, dove si fece chiamare Battistino Belcastro. Di lui non ci sarebbe nulla da dire se non fu che si aggregò alla sfortunata spedizione dei fratelli Bandiera.
Emilio ed Attilio Bandiera erano nati a Venezia dal conte Francesco, ammiraglio della flotta austriaca ed erano anche loro ufficiali di marina. I due fratelli erano segretamente iscritti alla mazziniana Giovane Italia. A Smirne Attilio pensò di impadronirsi della nave sulla quale era imbarcato, la fregata Bellona, per raggiungere la Sicilia, ma, tradito da un certo Masciarelli, fuggì a Corfù, dove fu raggiunto dal fratello e da un altro ufficiale della marina austriaca, Domenico Moro. Nonostante il perdono imperiale certo, i tre non vollero presentarsi all'arsenale di Venezia.
Notizie del tutto infondate su rivoluzioni nel Sud Italia li convinsero a partire da Corfù nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1844 (ma i moti a Cosenza e in altre zone della Calabria erano già stati soffocati) a bordo del trabaccolo di un capitano pugliese. Il gruppo di patrioti, guidati dal Nivaro che conosceva i luoghi, seppero dai contadini che i moti di Cosenza erano falliti, ma ormai era troppo tardi per tornare indietro; affidarono due proclami a un contadino, ma questi non li diffuse, per cui i calabresi li scambiarono per briganti (anche perché erano accompagnati da una ventina di amici del Vivaro, che briganti lo erano davvero).
Mentre la spedizione si dirigeva verso la Sila, Pietro Boccheciampe, un corso di Oletta che si era aggregato più per sfuggire a un matrimonio riparatore che per spirito patriottico, per paura andò a denunciare i compagni, che lo credevano invece perso tra i boschi (ancora fino a pochi anni fa si usava l'epiteto "boccheciampe" come sinonimo di "maramaldo" o di "iscariota").
La sera del 17 giugno i patrioti si scontrarono con la Guardia Urbana di Belvedere e nello scontro morirono tre gendarmi. Il 19 alla Guardia Urbana di Caccuri si unirono numerosi contadini che avevano riconosciuto i briganti, poi contro "i corsi" arrivarono anche armati da San Giovanni in Fiore. In località La Stragola ci fu uno scontro a fuoco i cui i patrioti ebbero due morti e un ferito. Alcuni patrioti riuscirono a sfuggire alla cattura, ma furono ripresi il giorno dopo.
Il processo si concluse 1l 24 luglio con la condanna a morte di tutti gli imputati, ad eccezione del Boccheciampe, che ebbe cinque anni di carcere. La sentenza era già stata scritta in alto loco, tanto che gli avvocati d'ufficio protestarono vivacemente, come era stato stabilito che soltanto nove dovessero essere le condanne capitali; per questo alcuni imputati si videro commutare la pena nell'ergastolo (probabilmente non si volevano esacerbare gli animi dei cosentini, dato che l'11 luglio erano stati fucilati cinque patrioti catturati nei moti di marzo).
Il 25 luglio i fratelli Bandiera con alcuni compagni furono condotti a piedi scalzi nel vallone di Rovito. Tutti si erano confessati e comunicati, non prima, però di parlar male del papa e dei governo pontificio con i frati.
La fucilazione commosse tutti i cittadini accorsi a Rovito e i numerosi soldati schierati, compresi quelli del plotone d'esecuzione. Prima di morire i condannati intonarono il canto patriottico "Donna Caritea", oggi del tutto sconosciuto ma ancora canticchiato da molti, fino a quando nelle scuole si studiava ancora il Risorgimento.