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editoriale
Brasil e o futuro
di G. V. R. M.

C'è già chi dice che la schiacciante vittoria di Luiz Inácio "Lula" da Silva nel ballottaggio per la presidenza del più grande Paese latinoamericano sia la vittoria di un populista, alla Menem o alla Hugo Chávez. È vero che il populismo è connaturato alla politica sudamericana, così come lo sono le tentazioni golpiste (anche il Brasile ha avuto periodi di dittatura); populismo come promessa messianica di un radioso futuro, golpismo come modo di interessarsi alla vita del Paese da parte di generali che non hanno mai fatto una guerra (quando ci hanno provato, come Galtieri con le Falklands, sono stati fatti tornare subito con i piedi per terra). Altri hanno immediatamente paragonato Lula ad Allende, magari con la segreta speranza che faccia la stessa fine. Sono approcci errati ad una realtà completamente diversa; il nuovo presidente, l'unico di una lista di 41 presidenti brasiliani che non ha mai frequentato un'aula universitaria, ha tutte le carte in regola per proseguire, da un'altra prospettiva politica, il lavoro portato avanti negli ultimi anni da Cardoso, quello di fare piccoli ma decisivi passi sulla via di un miglioramento globale della qualità della vita. L'importante è che, di fronte a difficoltà enormi quali sono quelle in cui tutti i Paesi latinoamericani si trovano ad affrontare, come l'abissale debito con il Fondo Monetario Internazionale (250 miliardi di dollari) il nuovo presidente non si faccia prendere dalla tentazione giustificatoria che è difficile lavorare quando si ha un alleato di centrodestra o che i problemi sono enormi, o ancora che l'eredità del passato pesa troppo. Tutte giustificazioni valide, in quanto le coalizioni non aiutano a prendere decisioni, i problemi sono indubbiamente enormi e le prospettive non sono rosee. Ma un leader che giunge al potere non può e non deve piangersi addosso o comunque cercare giustificazioni a priori; il suo compito è quello di farsi uomo di stato e, con umiltà ma con decisione, cercare soluzioni a breve, medio e lungo termine, operando scelte decise e sperando che siano quelle giuste. Ci sono in ballo il futuro del Mercosur (il PIL del Brasile rappresenta il 40 per cento di quello dell'intera America Latina) e il confronto con gli Stati Uniti, tradizionalmente tendenti a proteggere la propria economia a dispetto di quelle dei vicini (l'ALCA è un'alternativa al Mercosur in cui gli USA la farebbero da padroni). La stragrande maggioranza dei 115 milioni di elettori si è affidata a Lula e il neoeletto ha promesso di essere il presidente di tutti i 175 milioni di brasiliani. Speriamo che in primo luogo lo sia degli indios e dei meninos de rua, ma anche di coloro che hanno voglia di rimboccarsi le maniche per scrollarsi di dosso quella sorta di maledizione che impedisce ad un Paese con ricchezze e potenzialità invidiabili di avere un futuro da primo, primissimo mondo. Tanti auguri, presidente.

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