L'otto agosto è stato dichiarato dal governo italiano "Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo". La data non è stata scelta a caso, per imitare l'otto marzo, giornata della donna, ma perché cinquantuno anni fa, l'otto agosto 1956, 271 minatori morirono in fondo ad una galleria a Marcinelle, sobborgo di Cherleroy, in Belgio; 136 di loro erano cittadini italiani.
In tredici anni, dal 1946 al 1963, furono 867 gli italiani periti sul lavoro nelle miniere belghe. Ad essi va aggiunto un numero imprecisato, ma altissimo, di morti per silicosi, riconosciuta come malattia professionale dal governo di Bruxelles solo nel 1963.
L'avventura era iniziata pochi giorni dopo la proclamazione della repubblica; il 23 giugno 1946 il governo italiano (composto da democristiani, socialisti, comunisti e repubblicani) stipulava un trattato con quello belga che prevedeva l'invio di duemila minatori alla settimana in cambio di un approvvigionamento di 200 kg di carbone per ogni giornata lavoratova di ogni operaio, fino ad arrivare ad una cifra di 50mila minatori, tanti quanti erano i prigionieri di guerra tedeschi impegnati in miniera che dovevano essere liberati.
Le condizioni di lavoro a Marcinelle erano proibitive, da 765 a 1350 metri di profondità, con temperature fino a 42 gradi, in cunicoli alti meno di un metro. Tornati in superficie dopo le otto ore del turno, i minatori trovavano ad accoglierli le baracche dismesse dei campi di prigionia. Oltre ai lavoratori "contingentati", migliaia di altri lavoratori si recarono volontariamente in Belgio, negli anni difficili del dopoguerra. Gli ultimi a scendere in galleria furono i licenziati in seguito alla crisi delle miniere di lignite italiane, per ironia delle cose chiuse perché era migliore il carbone belga. Gli ultimi caduti sul lavoro, probabilmente, furono sardi di Carbonia e umbri di Spoleto; molti di questi ultimi erano scampati all'esposione di grisou che il 22 marzo 1955 aveva ucciso 23 minatori in un pozzo in località Morgnano.