In quella miniera di simboli e significati reconditi che è Moby Dick si trova
anche una preoccupazione ecologica ante litteram per il futuro delle balene.
Melville la superava secondo le sue conoscenze e calcolava che le balene non si
potessero estinguere mai. Lo scrittore americano non poteva prevedere l'avvento
delle motonavi a sostituire i lenti ed incerti velieri, né immaginava che l'uomo
che da prua di una lancia scagliava l'arpione dando nella forza del suo braccio
sarebbe stato ben presto sostituito da un cannone. La tecnologia ha spazzato la
poesia, ma anche la speranza di sopravvivenza dei grandi cetacei. La moratoria
internazionale decretata nel 1982 per salvare il salvabile non è stata ratificata
dalla Norvegia (che non viola nessuna legge internazionale, non riconoscendola)
e dapprima anche dal Giappone (poi convinto dalle proteste internazionali), ma
che ha ottenuto una clausola in base alla quale i pescatori nipponici possono
cacciare fino a 500 belene all'anno per scopi scientifici. Non risulta che sia in
atto una grande ricerca sulla vita e sui costumi dei cetacei; è invece florido il
commercio dell'olio di balena nei porti giapponesi. Nel maggio scorso, nel corso
della riunione annuale della IWC (la commissione baleniera internazionale di
controllo) che si è tenuta a Shimonoseki, il porto di partenza di gran parte delle
baleniere nipponiche, il Giappone ha fatto di tutto prima per tentare di abolire
la moratoria (senza riuscirci malgrado gli strepiti), poi di innalzare la quota
scientifica di ulteriori 100 balene all'anno, anche in questo caso senza successo. I
delegati giapponesi hanno utilizzato l'arma del ricatto economico per comprare
i voti di insignificanti statarelli e reggiungere i due terzi dei delegati necessari
per abrogare la moratoria. I due terzi dei voti sono però stati raggiunti per
impedire la creazione di due oasi di riproduzione e per vietare la caccia di
sopravvivenza agli inuit dell'Alaska e del Canada ed agli eskimesi russi, una
caccia praticata con mezzi tradizionali e compatibili con l'ecologia. Ma i popoli
del grande nord non possono avanzare pretese scientifiche e le loro violazioni
potrebbero servire da alibi alle supertecnologiche baleniere del Giappone. Solo
nel 1984 il governo norvegese stabilì, dietro le proteste internazionali, di fissare
una quota annuale di caccia, attualmente fissata in 753 balenottere. La rotte
delle baleniere si sono sempre di più allungate, per il declino progressivo del
numero dei cetacei. Cambia anche il tipo di balena cacciato, poiché quando un
cetaceo diventa raro la caccia si indirizza verso un'altra famiglia. Attualmente
la ricerca si indirizza verso quelle che un tempo erano le specie meno comuni
(balenottere boreali e capodogli) perché la strategia delle otte baleniere, nel
corso degli ultimi settanta anni, è stata quella di indirizzarsi dapprima verso
le specie più comuni, per poi passare a specie meno diffuse via via che la caccia
rendeva balene un tempo comuni (come la balena grigia o la balenottera comune)
sempre più difficili da cacciare. Il fatto che per ben due volte il popolo norvegese
si sia rifiutato di entrare nella Comunità Europea sta a significare come ogni
possibile limitazione della pesca venga mal vista da gente che nella pesca trova
la sua industria più importante.