La parola placebo racchiude in sé un'aura di segreto se non di mistero, eppure
è entrata a buon titolo nel linguaggio medico, che è o dovrebbe essere solo scientifico e contenere termini che non possono avere valenze connotative. In realtà
il termine in questione rappresenta una di quelle zone d'ombra in cui si muove
la medicina che non riesce a districarsi fra gli influssi che la psiche ha sul fisico
di un paziente e che spesso condiziona fortemente i risultati delle terapie più sosticate per la soluzione di patologie anche complesse. Il placebo è un preparato
privo di attività farmacologia specifica eppure in alcuni casi funziona in modo
proficuo e risolutivo. Sarebbe presuntuoso presentare i risultati dei lavori che in
questi ultimi anni hanno impegnato la comunità scientifica, ad esempio la ricerca
attivata con grandi risorse dal N.I.H.(National Institutes of Health) , ma non
è fuori luogo esprimere qualche breve riessione. La diffusione delle cosiddette
medicine alternative trova una spiegazione nella progressiva disumanizzazione
della medicina. In fondo alla base del benessere fisico c'è un benessere psicologico;
quando questo manca per motivi più o meno gravi, automaticamente
scatta il malessere fisico che si manifesta nelle forme e nei modi più diversi: mal
di testa, tachicardia, insonnia, ipertensione, depressione, inappetenza, fragilità
di
usa. Il ricorso al medico è la prima risposta, la più ovvia e la più immediata.
Ma le aspettative spesso vengono tradite dalla frettolosità della visita, dalla
scoperta che la gravità dei sintomi non è reale, che non si evidenzia un pericolo
effettivo, che non c'è carisma nel medico e si innesca quindi un meccanismo che
difficilmente può portare a benefici. Queste considerazioni potrebbero ingenerare
il sospetto di una confusa e velleitaria visione dell'operato benemerito di tanti
medici attenti a salvaguardare l'aspetto umano del rapporto che instaurano con
i propri pazienti e al contempo potrebbero far emergere l'immagine di pazienti
bambini acriticamente spinti a leggere il corpo come un gioco. In realtà se da
una parte non dovrebbe venir meno la scientificità dell'approccio terapeutico
da parte del medico ad una qualsiasi sintomatologia denunciata, dall'altra si
dovrebbe favorire l'apporto psicologico che scaturisce da una forte attenzione
al lato umano del malato. La medicina è scienza sperimentale per eccellenza e
la necessità della personalizzazione di una qualsiasi cura non è in contrasto con
quanto finora affermato. La sensibilità a cogliere segnali che aiuta i pediatri a
diagnosticare malattie nei bambini dovrebbe essere patrimonio comune. E' una
competenza che però non può essere insegnata, ma va in qualche modo acquisita.
Il pensiero corre subito alla formazione di base che chiunque sia impegnato
in professioni delicate dovrebbe avere. E quando si parla di formazione di base
si parla necessariamente di scuola; la famiglia ha da tempo abbandonato certe
preoccupazioni e scarica sui soliti insegnanti anche quelle funzioni che erano
di sua stretta competenza. Ma quali materie potrebbero destare le abilità all'ascolto,
alla riessione, alla sensibilità, ai sentimenti che sono prerogative di
ogni essere civile pensante se non quelle che appartengono alla grande tradizione
umanistica? Materie che, con buona pace di tanti (o meglio, di troppi) si stanno
sistematicamente cancellando non solo dai piani di studio, ma dalla memoria
collettiva di un popolo a favore di abilità tecniche che non riescono a colmare i
vuoti esistenziali e a dare risposte al senso profondo della vita.
Il placebo può avere un senso se si recupera il valore pieno dello scopo della
medicina che, oltre a guarire, mira al benessere generale dell'uomo e al sollievo
dal dolore fisico. Molti studiosi hanno individuato alcuni ambiti in cui può
funzionare; ad esempio nell'ipertensione, nella depressione, nella rinite allergica,
nella terapia del dolore e addirittura in alcuni procedimenti di stretta spettanza
chirurgica. Molti fattori entrano certamente in gioco quali la suggestionabilità
del paziente (ma chi non diventa suggestionabile in una condizione di malessere
fisico?), la personalità del medico, i contesti culturali (ad esempio i sintomi
di avvelenamento avvertiti alla scoperta di aver mangiato carne di serpente da
parte di inconsapevoli ospiti occidentali dell'antropologa Margareth Mead alle
prese con uno esperimento sul valore culturale del cibo), il tipo di malattia, il
sapore e il colore della medicina placebo e finanche il costo.