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cultura
la presa di Troia fra storia e leggenda: il cavallo vincente
di Alessandro Dell'Aira

...I've stood upon Achilles' tomb,
and heard Troy doubted; time will doubt of Rome.
(Byron, Don Juan)

Con l'affermarsi della storiografia scientifica, di solito un po' prevenuta verso gli autori che non citano le loro fonti, gli antichi eruditi hanno perso credibilità sulle questioni di cronologia, e tra essi anche il latino Plinio il Vecchio.

A volte però la diffidenza nei confronti di quest'ultimo si rivela eccessiva. Così almeno ci sembra, quando riflettiamo sull'accenno fugace alla presa di Troia che appare in un libro della sua Naturalis Historia: il trentaseiesimo, dedicato al marmo.

Anche in questo caso lo storico di Como non circoscrive il campo del discorso: si dilunga sulle varie qualità di marmo note in natura, per poi passare alle meraviglie del Mondo e quindi a quelle d'Egitto. E a questo punto ricorda gli stupendi obelischi della 'città del Sole', Eliopoli: Sesote ve ne aveva eretti quattro, e Ramsete, quo regnante Ilium captum est, ve ne aveva innalzato un quinto ancora più alto (XXXVI, 65).

Questo Sesote è quasi certamente Sesostri I, perché Sesostri II e Ramsete II sono la stessa persona. Sappiamo che Ramsete II regnò dal 1299 al 1233: la cronologia egizia ha una solidità d'impianto che fa difetto a quella del mondo acheo coevo. Si tratta del vincitore dei 'predoni del Delta' (1290) e a Kadesh (1275/4) degli Assiri, genti connesse in qualche modo col mondo egeo-anatolico. Si è pensato che Plinio confonda Ramsete II con Ramsete III, sul trono dal 1200 al 1168; ma l'ipotesi ha ragione di esistere solo se si vuole accreditare la data tradizionale della presa di Troia (1193-1184) anziché la parola di Plinio.

I curatori della più recente edizione italiana della Naturalis Historia commentano: «..Plinio si deve qui riferire o a una cronologia bassa del sovrano o a una particolarmente alta della presa di Troia, che secondo il Marmo Pario sarebbe caduta nel 1209, secondo Eratostene nel 1184». In altre parole: poiché siamo certi che Ramsete II finisce di regnare nel 1233, e poiché due autorevoli fonti datano la presa di Troia al 1209 o al 1184, l'affermazione quo regnante Ilium captum est cade tra gli ultimi anni di Ramsete II e una data troiana ricavata da una fonte ignota che gioca al rialzo, e dunque poco attendibile, almeno quanto Plinio.

Per il momento, e fino a prova contraria, proviamo a prendere per buona l'indicazione della Naturalis Historia, che è marginale e riguarda l'arco intero di un regno (1299-1233) anziché un anno preciso: se non altro perché si tratta di un lungo periodo rispetto alle proposte secche del 1209 o del 1184. Senza entrare nel merito delle fonti care a Plinio, osserviamo che il Marmo Pario è una specie di pietra sacra della cronologia antica che incombe come un macigno sulla storiografia moderna; e che Eratostene, bibliotecario di Alessandria d'Egitto, detto «Pentatlo» per la sua enorme erudizione, ebbe sottomano gli strumenti per mettere ordine nelle questioni cronologiche ma a quanto pare non fu nel suo campo un'autorità indiscussa, visto che lo chiamavano anche «Beta», e cioè eterno secondo, di qualsiasi cosa si occupasse.

La disgrazia di Plinio il Vecchio non fu solo di morire soffocato dai gas sprigionati della nota eruzione del Vesuvio: fu anche quella di essere rivisitato post mortem, nella sua Naturalis Historia, da un nipote un po' saccente, suo omonimo e detto il Giovane, il quale si incaricò di rivedere la stesura originale dell'opera e radunò in apertura tutte le fonti che lo zio aveva accuratamente distribuito nella premessa a ciascun libro dei suoi, quindi anche a quello che oggi conosciamo come il trentaseiesimo, in cui, con la scusa del marmo, si parla degli obelischi di Eliopoli e della presa di Troia.

Sei secoli prima di Plinio, il greco Erodoto interrogava i sacerdoti d'Egitto alla ricerca di Troia antica. Ciò vuol dire che i Greci di allora non ne avevano più notizia certa. Meno ancora di Erodoto ne sapeva Tucidide, il quale ammetteva che non esistevano più le prove storiche della spedizione, anche se, sedotto dalla figura di Agamennone, concludeva che non c'era alcuna ragione di opporsi all'evidenza della tradizione poetica.

Ma è poi così importante stabilire in che anno gli Achei presero Troia? Non ci basta sapere se possiamo dare o no credito al testo omerico?

La storiografia di oggi, severa con Plinio il Vecchio, è molto scettica anche sulla fondatezza della tradizione omerica. Dobbiamo prenderne atto, perché lo studio comparato delle tecniche di tradizione orale usate in tempi e in luoghi diversi ha riscontrato che spesso il cantore distorce i fatti, rimuove episodi sgraditi alla parte narrante, inventa un lieto fine ad uso dell'uditorio, trasforma le sconfitte in vittorie, le guerriglie e le incursioni corsare in guerre guerreggiate e scontri navali, spaccia gli atti di defezione per gesti di abnegazione.

Minore giustificazione ha invece la resistenza degli storici nei confronti dell'epica acheo-troiana, quando il dato archeologico, riesaminato o aggiornato alla luce delle scoperte più recenti, segna dei punti a favore di Omero e fa traballare i castelli di carta eretti da alcuni critici.

Per la verità, anche in antico, il filosofo Anassagora aveva paradossalmente affermato che, poiché non c'era la prova della guerra di Troia, la guerra di Troia non era mai stata combattuta. Ma abbiamo visto che Erodoto, suo contemporaneo, preferì informarsi presso altri potenziali detentori di prove (i sacerdoti egizi); e che Tucidide, di quarant'anni più giovane, in fondo non arguì nulla di compromettente dall'assenza di fonti, né dalle proprie impressioni.

Alla guerra di Troia, o meglio, alla ricerca della guerra di Troia, ha dedicato di recente uno studio l'inglese Michael Wood, estraneo agli ambienti accademici. La sua professione di giornalista, come lo stesso Wood fa notare, lo ha portato a navigare in acque certe anziché nelle secche infide in cui si avventurano gli storici.

Wood ha studiato a Oxford storia moderna, ed è stato il curatore di una rubrica della BBC, In Search of..., che volendo cercare raffronti italiani ci sembra più simile a Quark che alla Ricerca dell'Arca. Come epigrafe per il suo saggio, che fa da supporto a una serie di filmati, Wood ha scelto un brano del discorso in memoria di Heinrich Schliemann, pronunciato nel marzo 1891 da Ernst Curtius presso l'Accademia di Berlino: «Il numero dei secoli che ci separano da un'età più remota non conta. Ciò che conta è l'importanza che il passato riveste per la nostra esistenza intellettuale e spirituale».

E' questa, in fondo, la prima riflessione da fare di fronte alla speculazione di Anassagora e alle inchieste di Erodoto, ionici entrambi e contemporanei, ma spinti da curiosità e interessi diversi. Il problema storico della guerra e dell'assedio è da sempre esposto agli sviluppi della ricerca, ma in qualche modo anche al vento che tira. La questione, in sostanza, dipende in parte da ciò che gli studiosi di cose antiche si aspettano di scoprire, in parte da ciò che scoprono (o trovano) e poi rendono sistematico. E siccome ciò che gli scienziati sistemano sta alla base del sapere quotidiano, ne deriva che le controversie storiche come quella di Troia stentano ad essere risolte per il fatto stesso che durano nel tempo, che tendono a diventare croniche, il che vuol dire che a lungo andare la loro risoluzione è improbabile. A meno che non intervengano scoperte inattese.

Inatteso, a proposito di Troia, fu nel 1939 il ritrovamento dell'archivio del Palazzo miceneo di Pilo, in Messenia, costituito da tavolette d'argilla graffite prima della cottura e ricoperte da una fitta scrittura sillabica, il Lineare B. Quattordici anni dopo, nel 1953, se ne ebbe la prima decifrazione, con una scoperta ugualmente inattesa: quel sistema di segni esprimeva una lingua greca molto antica. Via via che la trascrizione e l'analisi dei testi procedevano, cresceva la speranza di rinvenire una traccia dell'omerico Nestore, re di Pilo, il più anziano e rispettabile tra gli Achei accorsi a Troia, famoso per doti di mediazione e di signorilità. E invece ne venne fuori un quadro di emergenza, di una società forse senza più re, mobilitata contro un pericolo imminente atteso dal mare. Quale pericolo fosse non è dato sapere; ma alcune tavolette incompiute rimasero tali forse proprio a causa del precipitare degli eventi. Esse sono databili alla fine del XIII secolo, e cioè a ridosso della data in genere proposta per la distruzione della Troia omerica. E qui non ha senso discutere sull'anno esatto dell'espugnazione, o sullo strato archeologico con cui identificare la città espugnata (Troia VIIa o Troia VI): l'unico possibile nesso col nome della città è il nome di una donna, una schiava (To-ro-ja) addetta alla filatura.

Un'altra novità, che illumina la questione e nello stesso tempo la complica, è la presenza accertata, lungo le coste dell'Egeo, e soprattutto nell'isola di Cipro, di resti di città saccheggiate e incendiate alla fine del XIII secolo. Insomma, mentre Pompei ed Ercolano devono la loro fama postuma al fatto di essere due tipiche città romane conservatesi in modo eccezionale a seguito di un cataclisma naturale (l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., fatale per lo sfortunato Plinio il Vecchio), oggi tende a dissolversi l'eccezionalità dei resti di Hissarlik, generalmente identificati con quelli di Troia omerica. Hissarlik non è più ciò che apparve a Schliemann, e cioè la collina sulla costa anatolica da cui si poteva vedere il monte più alto dell'isola di Samotracia svettare dietro l'isola di Imbro, scenario immenso che riempiva gli occhi di Zeus, appostato su quella vetta ed intento a godersi dal mare lo spettacolo dell'assedio. Oggi Hissarlik è uno dei tanti centri egeo-anatolici conosciuti, con tracce evidenti di incendi e crolli risalenti alla fine del XIII secolo, dovuti a cause non del tutto chiarite.

Diffidare dell'epica omerica, dell'entità delle forze in campo a Troia e della beffa finale del cavallo, è cosa molto ragionevole: è significativa l'incertezza dell'Iliade sul tipo di armi usate e sulle tecniche di scontro dai carri, sui luoghi di provenienza dei gruppi achei o sui tempi dell'azione. E' saggio anche dubitare dell'eccessivo rilievo dato a un episodio come tanti, e al paradossale espediente nato dalla mente di Ulisse e dalle mani di Epeo, ricordato nell'Odissea dall'aedo Demodoco alla corte di Alcinoo, in presenza del naufrago misterioso. Molti critici vedono nella leggenda del cavallo la memoria epica di una macchina bellica, o la metafora dei favori ottenuti da una divinità compiacente (Poseidone Hippios o Atena Hippía), o l'allusione a un dosso della piana di Troia, dietro il quale gli armati si nascosero aspettando il momento propizio. Un cavallo di Troia come beffa di guerra, una specie di Pearl Harbour dell'epoca micenea, non ha infatti di per sé alcuna attendibilità. Già nel II secolo d.C. un grande illustratore di antichità greche, Pausania il Periegeta, non nascondeva la sua perplessità e invocava il buon senso dei Troiani. Né la scoperta recente, a Mykonos, di un vaso dell'VIII secolo a.C. con un cavallo di Troia che pare un'astronave e sette guerrieri a bordo che occhieggiano da altrettanti oblò quadrati, ha dimostrato altro se non il fatto che si favoleggiava del cavallo ancora prima di Omero.

A proposito del vaso di Mykonos, Michael Wood scrive che «nella storia del cavallo di legno c'è un che di inafferrabile, di misterioso». Ma Wood, che pure ha tralasciato ben pochi indizi alla ricerca della guerra di Troia, non parla di un piccolo oggetto rinvenuto nel 1900 a Creta da Evans e da lui pubblicato nel 1905. Il dato fu invece ripreso da Leonard Palmer nel suo studio Minoici e Micenei, edito a Londra nel 1965 e in Italia da Einaudi nel 1969. Palmer in quell'occasione formulò un pensiero, che però represse subito come «vana immaginazione».

Si tratta di un cretula frammentaria con il profilo di un gigantesco cavallo, sovrapposto a una nave di tipo miceneo, con un solo albero e i rematori in azione. Il cavallo è acconciato alla micenea, con la criniera a ciuffi. Le cretule erano grumi di argilla su cui si imprimeva un sigillo, a garanzia di involucri o contenitori, grosso modo come si fa con i piombini postali di oggi; ovvero facevano da contromarca o da ricevuta, come le nostre bollette di carico e scarico. Secondo Palmer, Evans non era stato molto limpido nelle notizie dello scavo, perché quello che aveva trovato non quadrava con le sue teorie. Ma sembra certo che la cretula, rivenuta nel Piccolo Palazzo di Cnosso, risalga ai tempi del Palazzo miceneo di Pilo e quindi all'epoca immediatamente successiva alla presunta spedizione di Troia, cui prese parte, secondo Omero, anche il cretese Idomeneo, con ottanta navi su millecentoottantasei. Idomeneo, con almeno altri nove uomini scelti, fra cui Ulisse, sempre secondo Omero si celò nel ventre del cavallo, mentre le navi si radunavano al riparo di Tenedo lasciandosi dietro, beffa nella beffa, gli accampamenti in fiamme.

Le tavolette di Pilo, secondo alcune letture, parlano di offerte di erbe aromatiche «a I-QO», e di recinti «sacri a I-QO», il Dio Cavallo. Borea, il vento del Nord che i Greci veneravano come dio, amava mutarsi in cavallo e una volta ingravidò le tremila giumente di Erittonio figlio di Dardano, re della Troade. Al toro cretese, creatura mediterranea, si affianca ormai un quadrupede venuto dal Nord, donato ai greci da Poseidone e domato con i preziosi consigli di Atena.

Se a trovare l'oggetto di Cnosso fosse stato Schliemann, si sarebbe forse vantato col re di Grecia di «avere trovato il cavallo di Troia» in un pezzo di creta, così come (dicono) gli telegrafò di aver «guardato negli occhi Agamennone» sotto la maschera d'oro di Micene. Ma l'archeologia, come la storia, non si fa con i 'se'. Resta il mistero del cavallo, vendetta degli Achei, finto risarcimento del furto del Palladio, mentita fonte di salvezza per una città deprivata del suo nume tutelare. Il destino di Hissarlik, come groviglio di antiche rovine rimescolate con ansia da generazioni di europei, è oggi nelle mani dei turchi e delle missioni di scavo ufficiali animate da ragioni scientifiche. Non sono più i tempi in cui gli Imperi facevano a gara per strapparsi a vicenda gruppi di sculture, statue, frammenti di monumenti classici o primati scientifici, in campagne di scavo condotte contro il tempo e spesso contro altri Imperi o nazioni interessate alla detenzione e allo studio dei reperti. Se Schliemann inseguiva un suo mito personale, Dörpfeld era fedele al mandato ricevuto dalla Germania guglielmina; e Blegen, l'americano che scavò a Troia dal 1932 al 1938, si preoccupò di non contraddire le conclusioni delle ricerche precedenti, e nello stesso tempo di rendere il più possibile scientifica e rispettosa la tecnica di scavo. Fu forse il sentore di guerra che percorreva l'Europa a rafforzare in lui l'ipotesi del rigetto della grande guerra voluta dagli Achei, e a suggerirgli l'idea del crollo di Troia VI a causa di un sisma, di una Troia VIIa come città di baracche e di sopravvissuti, forse insidiata da una banda di predoni stranieri.

Michael Wood, un po' controcorrente rispetto alle tesi di certa storiografia inglese contemporanea, rimette invece in gioco la versione omerica degli avvenimenti, con i necessari distinguo e con l'anticipazione al 1250 della data tradizionale, ragionando su quanto emerge dalla lettura degli archivi ittiti in relazione a Wilusa (Ilio?) e al suo re Alaksandus (Alessandro-Paride?). Wood insiste sul carattere probante di una serie di indizi, combinati in un contesto unico, che acquistano valore nel loro complesso anche se nessuno di essi ha ancora il crisma della prova definitiva.

Alla rete di indizi che portano alla datazione del 1250, che secondo Wood darebbe a Nestore il tempo di rientrare in Messenia prima del tracollo del suo regno, e alla sua capitale Pilo di cadere dopo una resistenza testimoniata dalle tavolette in Lineare B, potremmo dunque aggiungere la cretula di Cnosso e l'inciso fugace di Plinio il Vecchio, che Wood non ha ritenuto di menzionare.

A Hissarlik, o meglio nelle sue immediate vicinanze, otto chilometri a Sud-Ovest (presso il tumulo di Besik Tepe, sito tradizionale della tomba di Achille) sta scavando una missione dell'Istituto di Pre e Protostoria dell'Università di Tübingen. Forse è casuale, ma Schliemann dovette lottare, e non riuscì a spuntarla, per la sistemazione dei suoi reperti nel Museo Archeologico di Berlino, mentre Curtius gli offriva la sede del Museo Etnologico. La questione di Troia è ancora una volta affidata a studiosi di pre e protostoria, anche se gli archivi ittiti, le fonti egizie e il Lineare B tendono a trasferire in ambito storico le vicende egeo-anatoliche del XIII secolo. In compenso, a Berlino-Charlottenburg, nel 1988, si è organizzata una mostra sul mondo miceneo, e lo stesso si è fatto ad Atene nel 1989.

C'è però una spiegazione più logica, e senz'altro più corretta, alla fiducia accordata dai turchi alla missione di Korfmann. Korfmann è un esperto di pre e protostoria nel rapporto fra Oriente e Occidente, e in particolare fra Asia ed Europa. Ha elaborato la tesi di una retrodatazione dei contatti fra mondo miceneo e mondo asiatico alla prima metà del secondo millennio a.C., in periodo quindi precedente a quello della mitica spedizione degli Argonauti. La missione tedesca, attiva a Besik Tepe dal 1984, ha rinvenuto tracce di almeno una sessantina di tombe a incinerazione del XIII secolo, con oggetti e ceramiche a quanto pare non locali, di ambito 'miceneo'. Wood ha attinto, finché ha potuto, alle notizie degli scavi pubblicate da Korfmann nel 1984 e nel 1985. Le sue notizie sono confermate da una menzione sull'annuario 1988 dell'Enciclopedia Britannica, come dato di interesse mondiale riferito al 1988.

Alcuni storici, quasi per timore di costruire o riesumare scenari mediterranei sorpassati, tendono ancora a sottovalutare l'epica omerica come risorsa a riscontro dell'archeologia europea, in quanto in essa vedono, inconsciamente, un germe di eurocentrismo deteriore. Questo 'peccato originale' potrà essere lenito e soccorso dalle risorse nascoste degli archivi ittiti e dalle più recenti scoperte sulla civiltà dei Traci.

Resta, semmai, da chiedersi il perché di questo ritorno di fiamma per la questione di Troia, e in genere per l'archeologia-spettacolo, per i rinvenimenti sensazionali. I bronzi di Riace, la Montagna di Dio scoperta nel Sinai da Emmanuel Anati, la scrittura dei Maya, le nuove scoperte messicane di Matos Moctezuma sulle civiltà preazteche, Ebla, i relitti subacquei dell'Egeo, la tomba di Filippo il Macedone a Vergina e la presunta tomba di suo figlio Alessandro presso l'oasi di Siwa in Egitto, esprimono variamente il desiderio di recuperare certezze sulle radici dell'umanità attraverso gli scoop archeologici, le ricostruzioni d'effetto, il protagonismo degli antenati in lotta con il destino. Ma intorno al legittimo interesse scientifico non ci sarà anche un campo di interessi indotti dalla società massificata? E quanti vantaggi ne deriveranno alla storia come scienza del passato e del presente?

Bibliografia
Omero, Iliade, tr. R. Calzecchi Onesti.
Plinio il Vecchio, Storia Naturale, trad. A. Corso, R. Mugellesi e G. Rosati, vol. V, libri 33-37. Einaudi, Torino 1986.
L.R.Palmer, Micenoeans and Minoans. Aegean Prehistory in the Light of the Linear B Tablets, London 1965.
M. Wood, Alla ricerca della guerra di Troia, Rizzoli, Milano 1988.
M.I.Finley, The Trojan War, in «Journal of Hellenic Studies» 84, 1964, p. 1 ss.

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