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cives romani sumus
di Teddy Martinazzi

Una cronaca di circa duemila anni fa narra di un cittadino romano che fu pubblicamente accusato, forse di concussione, o di corruzione o di peculato (la memoria mi fa in questo caso difetto ma il capo d'imputazione non è importante). Prima ancora che il tribunale si pronunciasse il padre lo condannò in famiglia, se non altro perché, colpevole o innocente che fosse, aveva avuto frequentazioni sospette e additato al pubblico ludibrio il buon nome della casata. L'antico romano pensò bene di suicidarsi, ma nemmeno questo gesto estremo fece sbollire l'ira del padre; il vecchio non si sognò di andare ai funerali, recandosi invece presso il proprio ufficio per il disbrigo delle pratiche quotidiane ed il ricevimento del pubblico.

Quando si è saputo che nelle intercettazioni era stato ascoltata la voce del figlio di Di Pietro, intervistato a botta calda il padre è apparso come un padre di duemila anni fa, secco, deciso, invitando i giudici ad andare avanti ed a fare il proprio dovere senza guardare in faccia nessuno. Ma subito dopo sono cominciati i distinguo, fino alla minaccia di querela nei confronti di quell'indelicato di Gasparri che ha ritirato fuori una vecchia storia di un trasferimento si dice di favore, quando il giovane Di Pietro era agente ausiliario di polizia. Per carità, ci mancherebbe altro che invocassimo un harakiri, però è un dato di fatto che tutti noi siamo pronti a fare i giustizialisti quando la forca la invochiamo per gli altri, salvo diventare garantisti quando le cose ci toccano un po' più da vicino.

A questo proposito basta vedere la vicenda del sindaco di Pescara. Esponenti del PD non hanno esitato ad assolverlo non appena è stato scarcerato, qualcuno di loro attaccando quella magistratura fino al giorno prima osannata, ovviamente perché considerata (evidentemente a torto) intrinsecamente antiberlusconiana. Anche in questo caso è intervenuto quel solito guastafeste di Gasparri, il quale ha ricordato che essere scarcerati dopo un interrogatorio non significa non essere più sotto accusa e che comunque si è assolti o condannati al termine di un iter giudiziario.

In questo bailamme di dichiarazioni non è mancata la voce recriminante di Mastella (intervista al Corriere della Sera) e quella (inascoltabile, come sempre, nella tonalità) di Rosa Russo Iervolino, che ha ribadito che il suo dovere è quello di non dimettersi, anche se assessori da lei personalmente scelti sono sotto accusa. Ma quest'ultima dichiarazione era scontata, considerando che il sindaco di Napoli sentiva il dovere di andare avanti anche quando le montagne di rifiuti partenopei mostrate su tutti i telegiornali del mondo avevano fatto vergognare tutti gli italiani che si trovavano per qualsiasi motivo all'estero.

Dal canto suo Berlusconi ha affermato che la priorità del governo sta nella riforma della giustizia e che si lavorerà a questo progetto quanto prima, soprattutto sullo strumento delle intercettazioni telefoniche. In realtà tanti italiani che non hanno nessuno da raccomandare o nulla di eclatante da comunicare (alle corna del vicino nessuno fa più caso) più che alla riforma della giustizia sarebbero interessati a ben altre priorità. Ma chi usa il telefono solo per comunicare cose di nessuna importanza evidentemente non rappresenta le urgenze del Paese.

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