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editoriale
l’astensione prefigura “crazia” senza “demos”
di Domenico Benedetti Valentini

Il nostro commento ai risultati delle elezioni regionali di Lazio e Lombardia può apparire superfluo, atteso che praticamente tutti i giornali e opinionisti ne hanno fatto una uniforme (e non difficile) analisi. Si trattava di un turno elettorale non indifferente, in quanto coinvolgeva due tra le Regioni più importanti e circa un quarto degli aventi diritto al voto in Italia. Al netto di quanto va detto sulle percentuali dei votanti effettivi – cosa di enorme rilievo, come ricorderemo – l’esito si può sintetizzare così:

Stravince la coalizione di destra-centro. Ormai essa “governa” tutte le Regioni italiane, eccetto quattro attualmente restanti al centrosinistra.

Si ripetono sostanzialmente i risultati delle recenti “politiche”. L’egemonia nel centrodestra si consolida in FdI (e per esser più precisi in Giorgia Meloni personalmente), con percentuali oscillanti tra il 25 e il 30% e punte anche superiori. La Lega tira un sospiro di sollievo, perché conserva grosso modo le posizioni o in più zone le migliora. Forza Italia evita la liquefazione e resiste, pur essendo esposta alle incursioni elettorali delle sirene “moderatiste” (Calenda/Renzi con Moratti e “liste civiche” varie dei candidati Presidenti). Non influente la “Quarta gamba” di Lupi che, così come è stata allestita, ha ben poco da dire.

Vistoso fallimento dell’autodefinitosi “Terzo Polo” dei suddetti Calenda-Renzi, che al momento non esercitano fascino, fluttuano tra i “sì” e i “non proprio” verso il Governo, non andando oltre la percezione di avventure personali.

Sconfitta su tutta la linea per le Sinistre. Quella estrema, che stenta a parlare perfino al presunto elettorato popolare, mentre si rivolge solo a pochi “borghesi intellettuali” gratuitamente amplificati dai massmedia. Contenuta per il PD, che tutto sommato mantiene le percentuali delle politiche, ma perde ulteriori stazioni di potere amministrativo e comunque si ritrova, nel bel mezzo di un pantano congressuale, senza progetto, senza motivazioni reattive, senza alleati ma anche senza criteri con cui andarseli a scegliere.

IL M5S di Conte – che pure nelle recenti politiche, cambiando precipitosamente il proprio profilo, aveva riconquistato un consistente 15% - fallisce l’obbiettivo di competere col PD nel farsi voce del campo sinistro e registra una grave battuta d’arresto, tornando, perfino nel Lazio, a livelli di consenso davvero esigui.

Se queste “constatazioni” sono oggettive, è altrettanto realistico dedurne che si rafforza la stabilità del Governo nazionale. Nel senso che il primo test importante dopo le politiche conferma la “luna di miele” dell’elettorato con l’on. Meloni; legittima la pretesa, sebbene accuratamente vellutata, di FdI a maggiori quote di posizioni e cariche; non mortifica i suoi alleati, attutendone i nervosismi; indebolisce ulteriormente la diversificata compagine delle minoranze oppositive nel Parlamento e nel Paese; incentiva i “poteri forti” del Paese (e anche fuori) ad implementare il “dialogo”, gradito o meno, con l’Esecutivo a trazione meloniana.

Per chi viene da destra – essendo non Amarcord, ma storia recente, il tempo della discriminazione e della semi influenza – davvero non è poco; e schietto emerge il compiacimento. I veri “contraddittori” nel Paese restano i suoi, invariati e formidabili, problemi: il terreno sul quale i frangenti epocali hanno portato la Destra, nelle sue varie accezioni, a doversi misurare da protagonista. E’ di grande interesse – per il popolo tutto, non certo solo per i politologi – valutarne i tanti sviluppi possibili.

Una prima parola va detta (un accenno per ora, perché se ne dovrà riparlare molto più ragionatamente) sull’assenteismo dal voto. Il fenomeno è devastante e non si può liquidare, come fanno taluni sapienti dell’informazione, osservando che in molti Paesi “progrediti” l’astensionismo è un fatto comune. Quando in Lombardia vota solo il 41% degli elettori e nel Lazio il 37% siamo ad una democrazia in disarmo, al governo della minoranza, alle Assemblee rappresentative che non rappresentano: quella che Pietro Nenni definiva una “crazìa” senza più “demos”. Il fenomeno presenta oscillazioni, è vero, ma la tendenza è inesorabilmente al precipitante ribasso. Ormai le elezioni e certe elezioni in specie, sembrano interessare più soltanto le segreterie dei partiti, i loro apparati e clienti, i candidati “bloccati” o quelli potenzialmente eleggibili e i loro entourages, gli operatori di lobbies o burocrazie sindacali, pochissima gente comune nel resto e pochissimi esemplari di giovani!

Uno dei più scientifici analizzatori di dati, il prof. Roberto D’Alimonte (sguardo indipendente da sinistra), ha focalizzato tre ragioni fondamentali di astensione. Il valente politologo e amico prof. Alessandro Campi (sguardo indipendente da destra) ne ha evidenziati con chiarezza almeno cinque. Ci sono parse tutte veraci e significative. Ma sperare che le dirigenze dei partiti e i fruitori di questi, pur delegittimanti, meccanismi elettorali, siano nella univoca volontà di “bonificarle” alle radici, è velleitario ed irrealistico. E’ già molto se, almeno quelli al governo, nutrono la proba ambizione di motivare ex post il consenso con qualche concreto e percepibile risultato di “buon governo”! E tuttavia, a questo superproblema del ricongiungimento tra popolo e “Cosa pubblica”, qualcuno – nel senso di tanti – dovrà pure applicarsi….

articolo pubblicato il: 19/02/2023 ultima modifica: 28/02/2023

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