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la scomparsa di Léonard Gianadda

grande fotografo e creatore della Fondazione dedicata al fratello Pierre

di Michele De Luca

La morte di Léonard Gianadda domenica 3 dicembre lascia un grande vuoto nel mondo dell’arte in Svizzera ma anche il Italia, da dove la sua Fondation Pierre Gianadda ha richiamato negli anni a Martigny, nel Canton Vallese, migliaia di appassionati d’arte per ammirare grandi e qualificate rassegne dedicate ai maestri dell’arte del ‘900. Nnato a Martigny nel 1935, non ha mai dimenticato le sue origini italiane e ricordava spesso il nonno Battista, giunto in Svizzera a piedi dal Piemonte all’età di tredici anni per trovare lavoro come muratore. Dopo una formazione classica al Collège de l’Abbaye de Saint-Maurice, Léonard studia ingegneria all’ Università di Losanna. Per vari anni (1952-1960) opera come fotoreporter viaggiando negli Stati Uniti, in Egitto, Tunisia, Marocco, Russia, Grecia e Italia, interessato in particolare all’arte e all’archeologia.

Dopo aver conseguito la laurea in ingegneria nel 1960, Léonard apre uno studio di ingegneria a Martigny con il suo compagno di corso Umberto Guglielmetti. Nello stesso anno, insieme al fratello Pierre, compie un viaggio di quattro mesi intorno al Mediterraneo a bordo di un Maggiolino VW. Nel 1976 viene scoperto a Martigny un tempio gallo-romano nel luogo in cui si intendeva costruire un edificio e il fratello Pierre muore in un incidente aereo. Questa combinazione di circostanze spinge Léonard Gianadda a creare una fondazione culturale per perpetuare la memoria del fratello e a costruire intorno ai resti del tempio un edificio da destinare a fini espositivi d’arte e a proposte musicali. Sviluppa nel tempo stretti contatti con musei e collezionisti di tutto il mondo, oltre che con musicisti di fama.

Questi scambi privilegiati gli aprirono le porte e gli permisero di organizzare mostre e concerti eccezionali presso la Fondation Pierre Gianadda. Nel corso degli anni, egli amplia notevolmente l’offerta culturale della Fondazione prima con il Museo gallo-romano, poi con il Museo dell’automobile e con il Parco delle sculture nei giardini. La sua attenzione alla città trova evidenza nella installazione di sculture di artisti svizzeri nelle numerose rotatorie, nella commissione di diciassette vetrate di Hans Erni per la chiesa protestante e nel sostegno a Barryland, Museo dedicato ai cani del Gran San Bernardo.

Molti sono i riconoscimenti pubblici che Léonard Gianadda ha ottenuto per le sue attività culturali e il mecenatismo che ne ha caratterizzato l’attività: fra quelli da lui più apprezzati è da porre la nomina a membro straniero dell’Académie française des Beaux Arts nel 2003, secondo svizzero ad esservi ammesso, ad occupare il posto che era stato di Federico Zeri. Fu, fra l’altro impegnato nel Comitato delle acquisizioni del Musée d’Orsay dal 2004 al 2010, nell’amministrazione della Phillips Collection di Washington dal 2005 al 2014, nel Comitato delle acquisizioni del Musée Rodin dal 2006 al 2012, e ottenne nel 2007 a Parigi la nomina a Commandeur de l’Ordre des arts et des lettres. Infine, sono da ricordare in ambito sociale la costituzione nel 2009, con la moglie Annette, della Fondation Annette et Léonard Gianadda e nel 2019 della Fondation Léonard Gianadda – Mécénat.

Sul rapporto tra la sua fotografia e il Mediterraneo ritorna in mente un memorabile saggio di Pedrag Matvejevic, in cui tra l’altro scriveva: “La fotografia non è in grado di porsi problemi di un mare e delle sue coste. Il suo unico compito è di far vedere. E’ grazie ad essa, tuttavia, che è possibile farsi un’immagine più vera del Mediterraneo: non c’è solamente percezione ma anche simpatia. Le lacerazioni delle terre mediterranee sono numerose ed evidenti; la fotografia le concretizza. Ci aiuta a rivedere le nozioni correnti e convenzionali”. Nel suo rapporto (fatto di “percezione”, ma anche di forte e appassionata “simpatia”) tra Mediterraneo e fotografia, questa ha certamente giocato un ruolo importante nel percorso di Gianadda fotografo; essa infatti è stata negli anni ’50 il suo primo mezzo di espressione artistica.

In una interessante mostra nel 2013 alla sua Fondazione (che fa piacere ricordare), intitolata “Mediterranée” e curata da Jean-Henry Papilloud e Sophia Cantinotti si aprono interessanti squarci sulle realtà dell’Italia, della Jugoslavia, di Grecia, Egitto, Spagna, Tunisia, Marocco, e sugli altri paesi lambiti dal “Mare Nostrum”, prospettive che il fotografo fissò nelle fotografie che poi accompagnavano le sue descrizioni dei viaggi e dei luoghi attraversati. In questi viaggi appariva evidente un forte interesse per l’arte, scoperta nei territori o nei musei visitati, ma anche per la realtà sociale.

Grande ammiratore del lavoro di Henri Cartier-Bressin, egli mostrava, da autentico filantropo, grande attenzione alla gente che incontrava e con cui si soffermava a riprender il loro mondo e la vita quotidiana. Anche se nel 1957 scriveva che “la vita della città non si scopre nei musei, per avvicinarsi ad essa, toccarla e sentirla veramente, bisognava recarsi sulla piazza del mercato”, non esitò però a frequentare musei e a visitare i principali luoghi di interesse culturale dei vari paesi. Questi monumenti, però, nelle sue immagini, non erano mai avulsi dalla realtà sociale. L’anno prima, dopo il suo viaggio in Egitto aveva notato sulla rivista “Point de vue. Images du monde”: “Si è molto parlato del Canale di Suez nelle scorse settimane, ma non c’è solo il canale in Egitto, c’è anche la miseria, della gente estremamente ospitale, dei templi straordinari … e anche le piramidi. La miseria? Corre per le strade”.

articolo pubblicato il: 08/12/2023

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