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storia
l'inizio della tragedia

settant'anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale


Quando Hitler, il primo settembre del 1939, annunciò, gridando come era suo costume, all'Opera Kroll, a Berlino, l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, nessuno immaginava che stava iniziando una delle guerra più brutali della storia, sicuramente quella con il maggior numero di morti, che avrebbe portato a mutazioni sostanziali nell'assetto del mondo, con il tramonto dell'Europa come centro della politica estera.

Nei sei anni seguenti, fino alla capitolazione della Germania l'otto maggio del 1945 (la guerra nel Pacifico sarebbe finita qualche mese dopo), il continente sarebbe passato per una devastazione che si estese dalla Sicilia allo Spitzbergen, dall'Atlantico agli Urali. Ancora oggi non c'è una cifra precisa delle decine di milioni di morti nei campi di battaglia, di fame, per le deportazioni, né di quanto siano stati i feriti, i mutilati, gli orfani, i senzatetto.

Settant'anni dopo l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, non si è conclusa ancora la ricerca scientifica sui motivi della guerra, sulle sue conseguenze e su quanto la memoria possa essere condivisa per impedire altre tragedie di così vaste dimensioni. Gli storici si stanno ancora sforzando di trovare spiegazioni, classificazioni, risposte accettabili da tutti i lati d'osservazione.

Si tratta ancora di trovare un'armonizzazione tra la memoria dei cittadini di ogni singolo Paese e quella degli allora nemici. La comune coscienza europea è qualcosa che sorse molto dopo ed ancora resta per molti versi allo stato epidermico. Una coscienza europea che servirà principalmente per il futuro del continente.

Dopo il riavvicinamento, negli anni Sessanta-Settanta, tra francesi e tedeschi, con la caduta del muto di Berlino ed il crollo dell'URSS si è avuta la conoscenza ad ovest che tanti popoli del defunto blocco orientale si consideravano vittime non solo di Hitler, bensì anche di Stalin.

L'unica, ovvia ed elementare considerazione che può essere fatta, aldilà delle visioni più immediate, quella dei popoli vincitori e quella dei vinti, è che nazioni del tutto "innocenti", come la Polonia, hanno subito prima le devastazioni dell'aggressione tedesca e poi, per decenni, la sottomissione all'Unione Sovietica. E questo non vale solo per la Polonia, ma per i Paesi Baltici annessi da Stalin e tutti quegli stati che, dopo Yalta, hanno vissuto decenni di sovranità limitata. La divisione della Germania è stata una ferita aperta nel centro dell'Europa e Berlino ne è stata l'emblema.

Settant'anni dopo il suo inizio, la Seconda Guerra Mondiale rappresenta ancora un monito per tutti, una lezione indimenticabile per chiunque pensi per un solo istante che la dimostrazione di forza e il ricorso alla forza possono essere un modo di risolvere le controversie internazionali.

articolo pubblicato il: 01/09/2009

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