torna a "LaFolla.it" torna alla home page dell'archivio contattaci
cerca nell'archivio




ricerca avanzata


Google



contattaci

ingrandisci o rimpicciolisci il carattere del testo

Stagione del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto
"Nanof, l'altro"

opera lirica in prima assoluta

di Carla Santini

La 79 Stagione del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto è stata aperta da “Nanof, l’altro”, un’opera in un atto di Antonio Agostini, su libretto dello stesso Agostini e Chiara Serrani e la collaborazione di Davide Toschi, con l’orchestra Calamani di Orvieto, diretta da Mimma Campanella.

L’opera si sviluppa all’interno dell’Ospedale psichiatrico di Volterra e, attraverso sei scene, mostra la vita quotidiana di coloro che erano definiti degenti, o pazienti, o ospiti e del personale ad essi preposto.

I temi dominanti sono la vita in tutte le sue sfaccettature e l’uomo con le sue contraddizioni, i lati oscuri, i misteri della sua mente.

L’uno e l’altro convivono nello stesso individuo e prevale o l’uno o l’altro a seconda delle situazioni, del vissuto, delle esperienze; carnefice e vittima sullo stesso palcoscenico, benpensanti e trasgressori, conformisti e ribelli, allineati e geniali, normali ed alienati.

Fernando Nannetti, che volle anche chiamarsi Oreste, era nato a Roma nel 1927. Cresciuto senza una famiglia, dopo diversi ricoveri in ospedali della capitale, a seguito forse dell’accusa di oltraggio ad un pubblico ufficiale, accusa poi caduta, fu trasferito nell’ospedale psichiatrico di Volterra. Vi rimase fino al 1979. Dopo la chiusura dell’ospedale stesso, fu trasferito in un’altra struttura, sempre a Volterra, dove morì nel 1994.

Nanof è l’altro da noi. In lui riconosciamo la libertà di esprimersi, di porsi, di volare al di sopra della realtà e delle convenzioni sociali. Ma è diverso da noi ed allora il controllo scatta con l’elettroshock, lo shock insulinico, la camicia di forza, il letto di contenzione, la lobotomia.

Nel mondo di Nanof il medico è paternalistico nei suoi confronti, è orgoglioso dei graffiti del paziente, li fa fotografare; gli infermieri lo invitano a scrivere cartoline da spedire a parenti, amici che esistono solo nella sua mente; è solo, infatti, nel mondo.

Il muro è il limite invalicabile, è la protezione dal mondo esterno, la cura è la salvaguardia del suo mondo popolato da mille e mille facce di sé: esploratore, ingegnere, astronauta, imperatore…

E compaiono la madre e una donna, il grembo col suo liquido amniotico della prima e le pulsioni del sesso della seconda.

Si materializzano citazioni dallo Stabat, al Cantico, dalla deposizione al lavacro del corpo smunto, Nanof come Cristo.

I colloqui sono fatti di parole sbocconcellate, ripetitive, compulsive come compulsivo è il continuo incidere di Nanof sul muro del padiglione Ferri circondato dai suoi compagni catatonici e sdraiati a terra passivi.

La musica si avvale di strumenti tradizionali arricchita da suoni cupi, metallici, graffianti, laceranti prodotti con oggetti qualsiasi.

Nanof è metafora della solitudine dell’uomo relegato in se stesso o in uno spazio chiuso, ma resta sempre un animale sociale che comunque vive e vuole comunicare o da una posizione di inferiorità o paritetica o di forza.

Lo spettacolo, crudo nella sua narrazione, è riuscito pienamente per l’impegno canoro e interpretativo dei suoi cantanti.

Come sempre il lavoro di squadra non ha deluso le aspettative del pubblico; cantanti, orchestra, maestranze si sono calate nell’opera e hanno contribuito al suo successo.

articolo pubblicato il: 10/08/2025 ultima modifica: 16/08/2025

Commenta Manda quest'articolo ad un amico Versione
stampabile
Torna a LaFolla.it