Il quarto appuntamento in cartellone della LXXIX Stagione del Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto è stato il Trittico, musica e libretto di Gino Negri; “Vieni qui Carla”, “Giorno di nozze”, due operette in un atto, e “Il te delle tre”, farsa musicale in un atto.
Pier Luigi Pizzi, che ne ha curato regia, scene e costumi, ha riprodotto fedelmente quello spaccato di società borghese studiato ed osservato da Gino Negri. Ne è risultato uno spaccato amaro e disincantato degli anni Quaranta e Cinquanta. La borghesia appagata dal raggiungimento di un solido status sociale saldamente acquisito, fatto di perbenismo di facciata, conformismo, adagiata sulle comodità, su valori materiali più che ideali. E Pizzi ha saputo cogliere il dinamismo culturale che animava l’ambiente intellettuale del periodo, di cui Negri fu attivo partecipante, sul piano dei testi, ma anche della musica.
“Vieni qui Carla” omaggia il Moravia de “Gli indifferenti”, che aveva criticato la decadenza morale della borghesia. Lo scandaloso adescamento di Leo nei confronti della giovane Carla, figlia della propria amante, per il solo gusto di possesso, scade in una storia di sesso e basta, in cui la giovane ha la peggio. Ottenuto quello che voleva, Leo scompare e Carla cade in preda alla confusione e all’incertezza, priva com’è di validi strumenti culturali. Sembra il grido di dolore di fronte alla constatazione dell’avvento di una nuova realtà sociale.
Marina, interprete de “Il giorno di Nozze”, a voce alta ammette, candidamente, di aver scelto di sposare un ricco industriale della bassa bergamasca. Raggiungerà un solido benessere economico, dovrà solo recitare il ruolo di brava ed ubbidiente moglie e madre di famiglia. Già vede nel suo futuro vestiti, pellicce, sfilate di moda, feste, vacanze. Marina non può non guardare, seppure fugacemente, al suo passato; ad Eusebio, un amore forse contrastato, forse aleatorio, forse perso, forse atteso in uno squillo del telefono, che cosa sarebbe stato e non è stato. La realtà del giorno di nozze è vera, concreta, stabilita.
“Il te delle tre” è una farsa musicale in un atto che affronta i temi del rimpianto, del ricordo, del desiderio di far rivivere momenti mai dimenticati. Tre sorelle, anziane, Ornella, Favetta, Splendore invitano una celebre cantante straniera per un concerto estemporaneo.
Sono tutte e tre imbellettate, come la vecchia di pirandelliana memoria, che vuole trattenere il giovane marito e si trucca come un pappagallo, vestite da gran sera per rinovellare antichi fasti. Sono incantate dalla cantante che non si risparmia in vocalizzi ed in canzoni i cui testi sono risibili e ridicoli elenchi di parole in varie lingue. Lo spettatore percepisce che la situazione suscita strane emozioni, comicità, umorismo. Lo spettatore ride, ma ecco che il sentimento del contrario inizia a serpeggiare, avvisaglie nelle tre sorelle, ma soprattutto nella cantante, che è ciò che non è. Si svela infatti, per quello che è veramente: un uomo, per di più un evaso. Ha un complice, il pianista, ed intende arraffare tutto quello che può. Le tre sorelle non avranno altra reazione se non quella di coccolare ed accudire il lestofante.
Il maestro Marco Angius ha sapientemente accompagnato il trittico con una musica che va dalla dodecafonia agli altri generi musicali, nel solco della sperimentazione che Negri aveva perseguito con impegno.
Lo spettacolo è stato molto apprezzato dal pubblico in sala che ha ancora una volta sottolineato la bravura degli interpreti, dell’orchestra, delle maestranze tutte.
Un grande tributo d’affetto è stato anche espresso al giovane di spirito ed entusiasta Pier Luigi Pizzi, classe 1930, che alla fine delle spettacolo è stato chiamato in palcoscenico .
articolo pubblicato il: 30/08/2025 ultima modifica: 03/09/2025