Un lontano, ma ancora bellissimo e preziosissimo libro del grande artista siciliano Pietro Consagra (La città frontale, De Donato, 1969), contiene alcune riflessioni molto interessanti sul rapporto tra l’arte e la città. “Ogni artista – scriveva Consagra - fa una sua scoperta. È una scoperta che vuol significare come vada inteso un oggetto per rappresentare un argomento con un linguaggio particolare. La scoperta per l’artista è quindi un linguaggio particolare con cui egli tende a fare partecipi gli altri nell’area del mondo in cui desidera coabitare”; “L’ubicazione come elemento ideologico della creatività è già presente prima che si costituisca l’idea dell’oggetto”; “L’arte come strumento per ridefinire la realtà urbana, o quantomeno la percezione della stessa. le azioni dell’arte possano aiutare a definire laboriosamente il contesto sociale e politico in cui ci si trova”. In questo rapporto un ruolo sempre più diffuso e potente ha avuto e continua ad avere la Street Art, intesa come un insieme di pratiche ed esperienze di espressione e comunicazione artistico-visuali che si realizzano nella dimensione stradale e pubblica dello spazio urbano, contraddistinte da una fisionomia alternativa, spontanea, fatte proprie originariamente dalla cultura popolare di massa (ma ora anche dal mercato e dalle istituzioni, prospettiva che contribuisce a rendere molto problematica a oggi una puntuale individuazione del suo campo, che rimane assai aperto a molteplici visioni e prospettive).
Le motivazioni che spingono un artista a scegliere la strada quale proprio fondamentale territorio di intervento rispondono a diverse esigenze e urgenze, come la critica sulla società, sulla politica e sull’arte, la libera espressione di idee e sentimenti, la riappropriazione di spazi urbani, la possibilità di conquistare, ampliare o allargare i propri orizzonti comunicativi. La Street Art adempie a questa sua importane funzione con quelle che Horst Bredekamp chiama le “immagini che ci guardano” (R. Cortina Editore, 2015), immagini cioè dirette ad attivare una interazione fra chi le crea e chi ne fruisce e se ne nutre, non senza conseguenze culturali e pratiche sull’agire individuale e collettivo.
Un interessante e godibile libro di Gino Baglieri e Franco Giorgio, Street Art a Ragusa, pubblicato dalla casa editrice veneziana Supernova di Giovanni Distefano, ci propone con una scelta di ben cinquantaquattro opere di street artists create sia da artisti di fama nazionale e internazionale che locali o sconosciuti, un volto nuovo e inedito della città iblea, facendo dei suoi antichi spazi urbani del centro storico, ma anche delle periferie, una vera e propria galleria a cielo aperto, a disposizione di tutti, “sfidando” i tradizionali e istituzionali sistemi di fruizione dell’arte. Varrà qui la pena di ricordare, riguardo a questa forma artistica, che forse non si tratta di una invenzione poi così recente per il nostro paese e di importazione americana, se si pensa che già nel 1933 un grande artista come Mario Sironi scriveva sul “Manifesto per la pittura murale”, firmato insieme a Funi, Campigli e Carrà: “La pittura murale è pittura sociale per eccellenza”. A Ragusa, come scrivono gli autori, questa forma di espressine artistica ha preso piede in modo eclatante, a partire dal 2015, grazie ad alcuni illuminati organizzatori culturali, primo fra tutti Vincenzo Cascone, che con Antonio Sortino e la collaborazione di numerosi giovani volontari, hanno ideato i progetti Festi-Wall e Bitume”.
Si diceva della location (o della “ubicazione” di cui parlava Consagra) perché ogni opera, oltre il suo valore strettamente estetico, intende porsi in rapporto dialettico con il luogo o il contesto urbano in cui è eseguita, “tra il transitorio e il durevole”, tra la “cronaca” e la “storia”. Perché, come si sa, è nell’essenza, e nel destino della Street Art la consapevolezza della caducità delle opere a causa del deterioramento degli intonaci, degli agenti atmosferici, dei vandalismi, dell’imbrattatura, della sovrascrittura. Di cui, fortunatamente, grazie alla fotografia, può restare almeno l’immagine. Scrivono Baglieri e Giorgio: “Ogni murale racconta una storia, suscita emozioni e sollecita pensieri. E questa nostra pubblicazione vuole essere un tributo alla capacità della Street Art di narrare e farsi portavoce di messaggi profondi, ma anche di donare nuova vita agli spazi urbani … e un elemento in più nella rappresentazione visiva contemporanea di una città come Ragusa che cerca in tutti i modi di uscire da una sorta di anonimato culturale a cui la sua collocazione geografica l’ha da sempre relegata”.
Va detto, tra l’altro (e ciò vale anche per qualsiasi realtà urbana, anche la più appartata o marginale), che grazie alla diffusione degli smartphone e dei social network, la Street Art oggi diventa spesso “virale”, ovvero viene diffusa e conosciuta molto rapidamente incontrando il consenso di milioni di persone in tutto il mondo.
E come sottolinea Cascone nella sua prefazione, “Il linguaggio dell’arte urbana non passa soltanto attraverso opere istituzionali. Come in ogni città, anche a Ragusa convivono espressioni spontanee, segni clandestini che si conquistano il proprio spazio e dialogano con esso senza chiedere permesso. Visioni e identità che, nel tempo, si sono integrate nel paesaggio urbano, diventando parte della quotidianità anche per chi inizialmente era meno ricettivo nei confronti della Street Art”.
articolo pubblicato il: 18/09/2025