A tutti gli effetti, è un “romanzo storico” e non una “storia romanzata” il bel libro di Guglielmo Manitta L’ultimo grifone del ducato, pubblicato quest’anno da Il Convivio Editore, collocandosi a tutto titolo nella gloriosa tradizione letteraria che si fa risalire al grande scrittore scozzese Walter Scott (riconosciuto, appunto, “padre” di questo genere letterario), che consiste in un’opera narrativa ambientata in un’epoca passata, della quale si ricostruisce in maniera significativa l’atmosfera, la mentalità e la vita in generale, così da farle rivivere al lettore. Può contenere personaggi realmente esistiti, oppure una mescolanza di personaggi storici e di invenzione e si basa su una sorta di premessa implicita e fondamentale da parte dell’autore, per cui il lettore viene avvertito di non trovarsi davanti a un saggio di storiografia, ma ad un’opera “ibrida” che, magari, lo lascerà con la curiosità di chiedersi fin dove ci sia la (eventualmente) rigorosa e puntigliosa ricostruzione storica dei fatti, e dove invece la fantasia dello scrittore.
È un avvertimento necessario per entrare nel vivo di questa prima prova narrativa dell’autore di questo libro che già dalla copertina e dall’eleganza grafica si presenta come molto accurato e accattivante, il quale fino ad ora ha pubblicato numerosi saggi di carattere storico e scientifico su un vasto campo di interessi, e, da ultimo, un importante volume (Storia delle origini della fotografia. Dalla camera oscura alle conseguenze dell’annuncio di Daguerre (1500-1839 (Il Convivio Editrice, 2024), che rappresenta il retroterra storico e documentario, da cui nasce e fruttifica l’opera narrativa in questione. In questo saggio, Manitta si dichiarava animato da una sorta di “ossessione” intesa a individuare il primo germe dell’invenzione fotografica e ripercorrere (cercandone le origini più lontane) la storia che ne segue lo sviluppo fino al suo compimento completo. Qui, l’autore professava inoltre la sua convinzione, come annota puntualmente Claudio Tugnoli nella sua bella recensione (v. “Il Convivio”, 7-9, 2025), che quella della fotografia sia stata una “invenzione”, invece di una “scoperta”, poiché “considera predominante l’apporto dell’umano ingegno nella creazione di questa tecnica rivoluzionaria … che segna una cesura nella storia della civiltà occidentale”. Paragonabile, secondo Italo Zannier, alla scoperta dell’America e alla Rivoluzione Francese (La fotografia ha 180 anni, Sate Srl, 2021). Invenzione, che, come dice nel romanzo il protagonista Manfredi (alter ego di Manitta) all’amico Paolo “rivoluzionerà il nostro modo di osservare la natura, perfino di vivere” oltre l’effimero della “fuggevole e passeggera visione dei nostri occhi”.
E così siamo entrati in quello che possiamo chiamare il cuore, o il filo rosso del romanzo, che lo innerva in tutto il suo percorso, in cui questa “ossessione” si materializza in una ricerca affannosa di Manfredi di essere, con l’amico, “i primi nel nostro stato, a Parma e forse in Italia” a introdurre e tradurre in pratica l’invenzione di Daguerre). E ciò non solo e non certo per vantare un primato scientifico o magari professionale e quindi produttivo, ma per vedere avverato il sogno o semplicemente appagato l’istinto dell’uomo di sottrarsi all’oblio che seguirà all’epilogo della sua naturale esistenza. È un passo molto bello del libro: “Anche il più ambizioso risultato della vita è in fondo vano. Qualcuno crede perfino di aver raggiunto la gloria, il successo, la fama, pensando di aver ottenuto l’immortalità; poi un giorno fatale lo toglie da questo mondo e lo condanna ad un eterno oblio”; le loro azioni “continuano a vivere ed esistere per un po’ di tempo nel ricordo dei figli, dei nipoti, dei conoscenti. Ma quando costoro moriranno, svaniranno le loro opere, le loro azioni, le loro sofferenze e qualsivoglia successo sarà divenuto superfluo. In poche generazioni si perde l’esistenza umana, è come non essere mai nati, mai vissuti”. Anche per quello che riguarda il nostro patrimonio privato e affettivo.
Ed ecco allora che la “rivoluzione” della “scrittura con la luce” recherà all’umanità un importante contributo (sia pure anch’esso effimero) al prolungamento (specie grazie alle nuove tecnologie), alla conservazione della memoria visiva, e non solo. Viene in mente Charles Trenet, che, nella sua bellissima e struggente canzone si chiedeva (e noi continuiamo a chiederci): “Que reste-t-il de nos amours /Que reste-t-il de ces beaux jours?”, e si risponde: “Une photo, vieille photo de ma jeunesse”.
Diego Mormorio, in un interessante libro che mi piace rievocare (Un’invenzione fatale. Breve genealogia della fotografia, Sellerio, 1985), scriveva che la nascita della fotografia “va identificata in una serie di spinte e di motivazioni (individuali o esistenziali, sociali, culturali, economiche) che possono essere raccolte intorno al concetto di ‘cultura del dominio’, una specie di idea-forza, di dominante che attraversa dai più remoti secoli la cultura occidentale”. Anche se Manitta da attento e appassionato della materia, sa bene che la fotografia è anche altro e che fin dai suoi inizi, ma sempre andando avanti nei decenni, ha maturato e mostrato la sua ambivalenza, e cioè da un lato di porsi come custode della memoria e di “documento”, di “testimonianza, dall’altro, anche come consapevole momento artistico e creativo, di potente “sprigionatore” di altri “cari frammenti” (come scriveva Umberto Saba), di illimitate interpretazioni, suggestioni e “apparizioni”.
Nelle mie recensioni di libri di narrativa (ma potrei dire altrettanto di film) non ritengo utile, anzi penso che sia “dannoso” raccontare la trama (come spesso accade in interviste concesse dagli autori sui giornali o in programmi televisivi) e cerco di restarne lontano il più possibile, per non togliere il piacere di atterrare su un territorio assolutamente “vergine”, sconosciuto, ricco di scoperte e di sorprese. Specie in romanzi come questo, denso di avvenimenti e carico di suspence. L’autore, nella sua premessa, ci avverte che “i protagonisti ideali” del romanzo sono due: Parma, con la sua bellezza e con la sua storia, e la fotografia (di quest’ultima si è detto abbondantemente). Ne aggiungerei un altro, cioè l’amore, che poi si manifesta in due storie, che hanno una importanza fondamentale nello sviluppo del racconto; nell’intreccio di questi tre “filoni” Manitta si muove con sicura ed encomiabile abilità.
L’azione si svolge a Parma, città molto amata dall’autore, in un momento storico cruciale e tormentato per il Ducato, a causa dei moti rivoluzionari del 1948-49 che ne segnarono la fine e portarono all’annessione al Piemonte. Non dopo forti contrasti, vendette, “regolamento di conti”, esecuzioni e spargimento di sangue tra favorevoli e non, con conseguenze determinanti anche per i personaggi del romanzo. Per quanto riguarda le storie d’amore, diciamo solo che Bianca e Vivienne sono due figure, molto bene delineate, che resteranno nella memoria di chi legge questo romanzo.
articolo pubblicato il: 30/09/2025