Quando a Gaetano Salvemini (Molfetta 1873 – Sorrento 1967) verso gli ultimi anni della sua vita gli venne chiesto come avrebbe voluto essere ricordato, rispose: “Come insegnante, un educatore”. Proprio in questa sua veste e in questo suo ruolo, a cui riconosceva la priorità assoluta della sua lunga ed intensissima esperienza umana e intellettuale, le sue pagine forse più belle, appassionate e originali sono quelle da lui dedicate ai problemi dell’educazione e della scuola, che sono alla base della crescita culturale, sociale e politica di un paese in generale, ma – ovviamente –il suo sguardo era rivolto al “nostro” paese, ancora in preda alle invalicabili strettoie della chiesa cattolica e del regime fascista. Lui, socialista, grande intellettuale “scomodo”, che approfondì le sue riflessioni sul nesso tra socialismo e questione meridionale, criticando la tendenza al protezionismo operaio settentrionale, la cui attenzione ai problemi dell’Italia lo condusse a polemizzare con il governo di Giolitti (“il “Ministro della malavita”); inventò e diresse, con il conterraneo Antonio De Viti De Marco, il settimanale “L’Unità” (1911-1920), tramite il quale esercitò una profonda influenza sul dibattito politico e culturale. Interventista nel 1915 e deputato nel 1919, nel 1925 fondò il quotidiano clandestino antifascista “Non mollare!” (il titolo della testata fu ideato da Nello Rosselli): arrestato, espatriò in Francia, dove fu tra i fondatori di “Giustizia e Libertà”, e poi negli Stati Uniti.
Per Salvemini, la scuola doveva essere “laica”, che prevedeva l’esclusione dei sacerdoti dalla scuola pubblica. La scuola, cioè, non doveva imporre agli alunni qualsiasi “autorità” politica o religiosa, per metterli invece in condizione di formare i propri convincimenti e giudizi nella piena e incondizionata personale autonomia, contro ogni settarismo e ogni intolleranza. La scuola, cioè, non doveva educare gli allievi ad “un ideale sociale che è quello dell’insegnante, ma che potrebbe non essere domani quello dell’alunno”. Un problema che, ben oltre il periodo storico in cui si esprimeva la forte e ineguagliabile vena polemica del Molfettese, ancora ha tuttora validità e importanza. Nel dibattito “eterno”, più in generale, lucidamente riproposto da Norberto Bobbio nelle pagine nel suo fondamentale libro Politica e cultura (Einaudi, 1955), dove scriveva: “Deve esser chiaro che contro la ‘politica culturale’, che è la politica fatta dagli uomini politici per fini politici, la politica della cultura promuove l’esigenza antitetica di una politica fatta dagli uomini di cultura per i fini stessi della cultura”. Che sono quelli, a cominciare nelle scuole, di promuovere e far crescere la propria capacità critica; di dare avvio e impulso, cioè, ad una formazione umana fondata su una ragione critica libera e indipendente. Sempre nel civile rispetto e confronto (che può essere anche un fruttuoso di ulteriore crescita) di idee, posizioni e convinzioni altrui.
Di qui la netta divergenza di Salvemini con Giovanni Gentile (con il quale peraltro aveva una solida amicizia, almeno fino all’avvento del fascismo), il quale reclamava il monopolio assoluto della scuola statale diretta a inculcare una precisa rappresentazione filosofica ed etica da valere per tutti. Allo stesso Gentile lo contrapponeva anche un altro cardine della sua visione “laica” della scuola, cioè quello dell’anti-enciclopedismo e anti-nozionismo: “Il risultato – diceva – di questo assurdo equivoco della erudizione enciclopedica affannosamente ingozzata nella scuola è che gli alunni, sopraffatti, disorientati, soffocati dalla massa incoerente di nozioni che fanno spesso a pugni tra loro, non hanno il tempo di pensare e di riflettere, né di assimilare. Non acquistano né solidità di conoscenze, né precisione di giudizi”.
È molto importante, ancora oggi, da una parte ripubblicare, e dall’altra leggere, o tornare a leggere – e quindi riappropriarsi - degli scritti sulla scuola, tanto corposi e intensi, quanto di agevole leggibilità, in cui si è avvinti dalla straordinaria verve polemica del grande storico, intellettuale e politico pugliese, e che ora ci ripropone un importante e bel libro a cura di Giuseppe Moscati e con una postfazione di Carlo Mercurelli (Gaetano Salvemini, Problemi educativi e sociali dell’Italia di oggi, Cronache Ribelli, 2025); pagine in cui si riflette la sua appassionata ansia per una promozione di una cultura laica e riformista e, di conseguenza, un’attenzione particolare nei confronti di una scuola che, nella sua visione, doveva impegnarsi “a farsi palestra di vita e di dibattito per menti aperte, allenate al pensiero critico”.
Nella sua densa introduzione, Moscati ripropone due momenti molto interessanti. Il primo riguarda l’affettuoso ricordo che Salvemini scrisse alla morte del suo grande maestro, il grande storico e meridionalista Pasquale Villari, in cui tra l’altro, scriveva: “Dalla parola di quel piccolo uomo che spariva quasi nella cattedra mostrandoci solo al di là una grande fronte luminosa, sfilavano innanzi al nostro spirito S. Agostino e Dante, Machiavelli e Vico, Montesquieu e Kant, Herder e Hegel, Buckle e Tocqueville. Così fummo spinti a leggere Guizot e Thierry, Macaulay e Saint-Beuve, Taine e Sorel, Byce e Laveleye. E così eravamo costretti anche ad elaborarci una coscienza nuova, con l’anelito del nostro lavoro, attraverso crisi giovanili, dolorose e benefiche”. Quanta importanza e quanta fortuna, oggi come allora, nella prima formazione di un alunno, è incontrare un maestro che ti fa interessare allo studio della sua materia, che ti fa crescere, che ti fa nascere l’urgenza di conoscere, di approfondire, di incominciare a cercare e intraprendere proprie letture, quell’ignoranza – scriveva Salvemini – “ansiosa” di vincersi e di superarsi. Maestri per i quali si aveva una vera passione (possiamo dire, amore?), che dopo diventava gratitudine per tutta la vita.
L’altro punto, su cui conviene soffermarsi, è il riferimento al dialogo a distanza tra Salvemini e Lamberto Borghi (tra l’altro fraterno amico di Aldo Capitini), che si può leggere nella premessa da lui scritta nella premessa al volume Scritti sulla scuola (Feltrinelli, 1966). Ci suggerisce Moscati: “Andatevi a leggere quanto scrive a proposito del diritto di ogni alunno, diritto superiore a quelli della famiglia e della scuola stessa, a non venir violato nella propria integrità spirituale”. Ma non è quanto – oggi – si dibatte ancora sulla questione dell’educazione sessuale nelle scuole medie, previo “consenso informato” rilasciato per iscritto dalla famiglia?
articolo pubblicato il: 04/02/2026