In qualche cronaca di ottanta anni fa si potrebbe forse trovare per quale motivo l’avvocato Adriano Belli volle chiamare sperimentale la sua creatura. Una supposizione potrebbe essere che non ci fosse nulla di più sperimentale che spingere in palcoscenico giovanissimi che mai prima di allora avevano cantato davanti ad un pubblico numeroso, per di più calandosi nelle parti principali dei melodrammi del grande repertorio.
Da qualche tempo l’aggettivo sperimentale sta invece ad indicare che ogni anno a Spoleto sono presentate opere nuove, quasi sempre di autori emergenti. La sperimentazione non sempre è apprezzata dai melomani più tradizionalisti, ma questo è il rischio insito in ogni tipo di sperimentazione, in ogni campo dell’arte; senza sperimentazione non ci può essere futuro e senza sperimentazione l’opera rischia di cristallizzarsi nella rappresentazione dei grandi melodrammi ottocenteschi, con un pubblico che, per cause naturali, si assottiglierebbe sempre di più.
Quest’anno l’opera di nuovo allestimento è stata “Una promessa infranta” di Federico Gardella su libretto e regia di Cecilia Lagorio.
L’opera si apre con la presenza in scena di due uomini che si rincontrano dopo vent’anni. Il primo è il custode che è rimasto nella casa dove si era consumato un dramma familiare, il secondo che, terrorizzato dai fatti accaduti, era fuggito.
Sul tavolo c’è una bottiglia di sakè con due bicchieri; i due uomini ne bevono ed il primo confessa che il sakè potrà essere consumato anche dagli spiriti della notte.
Ecco che la notte prende corpo nello sviluppo narrativo senza, però una conseguenzialità temporale, ma come successione di emozioni e di sensazioni.
Si coglie subito l’atmosfera sospesa tra un presente di non detti e di detti in amore, nel passato di un amore intensamente vissuto, ma tenuto nascosto, nel presente di un nuovo amore.
La scenografia scarna ed essenziale è funzionale alla rappresentazione scarnificata del dramma: il letto, la parete, un vaso, i fiori. il ciliegio.
Sono cinque i personaggi; non hanno un nome, non un ruolo sociale. Una scelta, questa per affrontare il tema immortale dell’amore, che cattura, che esalta, che distrugge.
Il parlato, il cantato, il suono graffiante ed acuto degli strumenti evocano l’inconscio, che chiede conto delle promesse, delle parole date, anche attraverso il ricorso a marionette di grandi dimensioni che colmano spazi e parole e diventano esternalizzazioni dei fantasmi interiori.
Il dramma si compie quando il marito capisce la gravità di aver tradito le promesse fatte alla prima moglie e di non aver parlato di lei con la seconda.
La prima moglie è spinta da odio profondo verso l’inconsapevole seconda moglie e cerca vendetta. Quando le due donne si allontanano al marito non resta che il suicidio appendendosi al ciliegio, sotto le cui radici aveva sepolto la prima moglie.
Non c’è conseguenzialità temporale, ma un continuo rimando al flusso di memoria e di coscienza. Tante sono le citazioni che richiamano la cultura e la civiltà giapponese e sarà occasione per lo spettatore scoprirle (il ciliegio, il campanello...).
I personaggi e gli interpreti sono prima voce e seconda moglie Aurora Bertoldi, Benedetta Grasso; seconda voce e prima moglie Emma Alessi Innocenti, Sara Servili; terza voce e marito Gianpiero Delle Grazie, Marco Guarini; primo custode Paolo Mascari, Federico Vita; secondo custode Nicolò Sasso, Giuseppe Zema.
Ha diretto i solisti dell’Orchestra Filarmonica Umbra V. Calamai il direttore Mimma Campanale; la regia è di Cecilia Ligorio, le scene, le luci e le marionette di Alberto Favretto, i costumi di Clelia De Angelis. Come sempre, ottimo apporto dei tecnici del Teatro Lirico Sperimentale.
articolo pubblicato il: 23/08/2026 ultima modifica: 30/08/2026