Non sono un esperto sull'argomento e pertanto non posso approfondire ciò che non conosco. Non ho neppure alcuna tesi da sostenere né critica da avanzare, ma soltanto certe osservazioni e constatazioni di alcuni dati di fatto che vorrei condividere con gli amici lettori.
Due cose mi stupiscono nell'uso corrente della lingua italiana: la velocità con cui essa sta mutando e sostituendo ormai universalmente termini nuovi ad altri che ormai sono in via d'estinzione; l'uso generalizzato di acronimi inglesi non tradotti, dei quali chi li usa non conosce affatto il significato tecnico originario, ma soltanto quello comune dato loro dai media e adottato nella superficiale "chiacchiera" di heideggeriana memoria.
Circa il primo tema sarò brevissimo poiché ero già intervenuto su "La Folla" alcuni anni fa (vedi di alcune considerazioni linguistiche e culturali numero 70 - marzo 2008). Tuttavia la diffusione sempre più rapida del fenomeno francamente mi sconcerta. Per palesare appieno la mia perplessità mi permetterò di porre a chi mi legge una semplicissima domanda: «Che fine hanno fatto i sostantivi italiani padre e madre»? Nomi di nobilissima origine latina, usati tanto nel comune parlare («mio padre», «mia madre») quanto nel linguaggio giuridico- amministrativo («paternità», «congedo di maternità») e infine nelle preghiere («Padre nostro», «Madre di Dio«). Eppure dove sono finiti oggi, completamente sostituiti nei mezzi di comunicazione e nel discorso comune da «papà» e «mamma»?
Ora, quel che non mi spiego è perché due termini, che in qualsiasi vocabolario della lingua italiana vengono definiti d'uso strettamente famigliare o nei rapporti parentali figli/genitori, abbiano potuto sostituire tanto rapidamente e universalmente due nomi così comuni e dotati di ben diversa dignità. Diciamocelo francamente: mamma e papà, insieme a nonno, nanna, pappa, sono le prime parole che il bambino riesce a pronunciare in quanto formate da labiali, mentre le altre consonanti sono per lui impossibili in quanto non è ancora padrone dei muscoli che servono alla loro fonazione. Mamma e papà fanno dunque parte del linguaggio infantile cui i genitori rispondono con una vis imitativa adottata per compiacere il piccolo ed interloquire con lui al suo livello: per spiegarmi, come con «Il pappo e il dindi» danteschi (Purg., XI, 105).
Ora mi chiedo, senza peraltro pretendere di offrire una spiegazione al fenomeno: non è francamente ridicolo che una società estenda al linguaggio parlato l'uso del balbettio infantile mettendo in soffitta la corretta adozione di termini ben più dignitosi? Sono soltanto io a sentire un tale stridente contrasto? A nessuno suona strano che venga magari definita «mamma» una settantenne o «l'anziano papà» quando si parla di un ottuagenario? O non parrebbe altrettanto strano leggere in un libro di storia del papà di Cesare o della mamma dei Gracchi? O recitare il «Papà nostro» e l'Ave Maria «Mamma di Dio»?
Mi si dirà che allora è altrettanto ridicolo l'uso dei termini altrettanto infantili di «nonno» e «nonna» in luogo di «avo» e «ava». Infatti ne convengo perfettamente, ma proprio per questo motivo ho premesso che non avevo alcuna tesi da sostenere né critica da avanzare, ma soltanto osservazioni, o meglio, sensazioni, da proporre. Nonno e nonna sono delle voci usate da sempre, il cui suono non mi appare stridente con l'eloquio per così dire nobile della lingua.
Sulla seconda questione - ammesso che qualcuno voglia ancora seguirmi - cercherò di abbozzare anche una parvenza di spiegazione.
Parto dall'osservazione che nella lingua francese gli acronimi anglosassoni vengono rigorosamente tradotti e, per la loro precisione semantica con la nostra lingua, potrebbero e dovrebbero essere adottati anche da noi italiani. Vediamo almeno tre esempi. L'acronimo NATO (North Atlantic Treaty Organization) dai francesi viene scritto e pronunciato OTAN (Organisation du Traité de l'Atlantique Nord); UFO (Unidentified Flying Object) diventa giustamente OVNI (Object Volant Non Identifié); il terribile AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome) è definito dai medici e nel linguaggio comune SIDA (Sindrome de Immuno Deficience Acquisie). Ma accanto a questi acronimi francesi potremmo aggiungere quelli identici spagnoli, i quali, per di più, sono soliti tradurre anche i termini inglesi dei computer, che noi accettiamo invece senza batter ciglio: così il mouse diviene el raton e l'hard disk è tradotto disco duro; mentre in francese software diventa logiciel e hardware si dice materiel.
È lecito chiedersi il perché di un tale curioso fenomeno e una prima superficiale interpretazione non è troppo difficile.
Mi aiuta, infatti, un particolare. Nel 1945, quando fu costituito l'UNO (United Nations Organization) in Italia fu subito ribattezzato ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), e noi ancor oggi lo pronunciamo così senza neppure soffermarci sulla differenza con l'acronimo ufficiale. Viceversa la NATO fu fondata nel 1948 e, a distanza di soli tre anni dal 1945, l'acronimo inglese fu adottato senza remore e non tradotto in OTAN.
Ci deve dunque essere un motivo per questa strana anglomania linguistica intervenuta in così breve tempo e mai più abbandonata in seguito. Il motivo, a mio avviso è che nel 1945, pur avendo perso la guerra, gli italiani non avevano ancora assorbito tutte le conseguenze della sconfitta e perpetuavamo ancora la consueta tendenza a salvaguardare le caratteristiche della nostra lingua, esattamente come i francesi e gli spagnoli contemporanei. Tre anni dopo, le dure condizioni di pace imposteci e la piena consapevolezza della nostra condizione di vinti ha influito anche sul modo psicologico di accettare, inconsapevolmente più che rassegnatamente, la lingua dei vincitori. Non soltanto francesi e spagnoli hanno un concetto della loro nazione e della loro lingua molto più alto del nostro; ma essi non hanno neppure perso - a differenza degli italiani - l'ultima guerra mondiale. Infatti, per un noto fenomeno sociologico il vincitore impone al vinto, con il passare dei secoli, il proprio costume, la propria lingua, in breve la propria Weltanschauung.
Naturalmente, se il vinto è in possesso di una cultura superiore o più antica, il fenomeno è anche inverso, come accadde per i Galli e gli Ispanici nel confronto della lingua latina. Ma noi italiani, così sembra, non sappiamo che farcene della nostra tradizione e della nostra cultura plurimillenaria. Anzi: se si vuol essere à la page, o meglio ancora, trendy, insomma, per dirla con il vetusto e disusato «alla moda» con l'italica occhialuta e sapientissima intellighenzia, occorre degnare di minima considerazione e malcelato fastidio, o al massimo - se siete proprio irrimediabilmente «passatisti» - sufficiente degnazione, tutto ciò che sa di antica cultura nazionale. Mentre occorre essere solleciti e premurosi ad accettare aprioristicamente, lodandolo e magnificandolo, tutto ciò che appare straniero, esotico, magari terzomondista e, soprattutto, quanto di più distante da ogni familiarità con la lingua ed i costumi italiani (stavo per dire «patrii», ma non vorrei coprirmi di vergogna).
Un ultimo esempio per illustrare ingenuamente il fenomeno dell'esterofilia nazionale: avete notato come oggi tutti i media (altro termine anglosassone che ha ormai mandato in soffitta il nostro «mezzi di comunicazione») usino il nome giapponese tsunami (letteralmente «onda del porto») in luogo del nostro «maremoto»? Era proprio così indegno l'italiano «maremoto»? Non faceva coppia perfetta con «terremoto»? O ci prepariamo già a sostituire quest'ultimo sostantivo magari con earthquake, tanto per non apparire troppo legati alla nostra tradizione linguistica?
articolo pubblicato il: 08/04/2010 ultima modifica: 13/04/2010