Cinque anni fa, su La Folla, comparve un mio articolo dal
titolo "Perché possiamo dirci italiani". Oggi, ad un anno dalla
ricorrenza del 150° anniversario dall'Unità d'Italia (17 marzo
1861), desidero presentare la tesi opposta: "perché non possiamo
dirci italiani".
La commemorazione di un episodio nazionale, anzi, del primo
episodio nazionale consistente nell'unificazione degli italiani
in un unico Stato, dovrebbe essere un avvenimento popolare, con
al centro in primo luogo l'esercito, poi le istituzioni
politiche, ma soprattutto il popolo in festa, come sono in festa
gli americani il 4 luglio, o i francesi il quattordici luglio di
ogni anno. Quali sono invece i programmi per il 2011? Opere
pubbliche di dubbia utilità , dal costo gravoso e che
implicheranno soltanto nuovi scandali, nuove inchieste, nuove
polemiche sulla corruzione e sull'inopportunità di affidare alla
Protezione Civile opere cosiddette d'urgenza. Tutto, insomma,
deja vu.
Ora, non è difficile chiedersi: dove stanno il sentimento
nazionale, l'orgoglio nazionale (legittimo in un popolo che, con
le proprie forze e con l'uso consumato della politica, si è
prima unificato con il sangue, per diventare in seguito, dal
nulla che era prima, uno fra i protagonisti della scena europea
e mondiale); cosa c'entra il Tricolore, come simbolo e paradigma
di un'intera nazione e dei suoi passati eroi, con una pista
ciclabile o l'inaugurazione di un auditorium?
Per le celebrazioni del centenario dell'Unificazione, nel 1961,
furono organizzate sfilate in uniformi d'epoca, celebrazioni
presso i luoghi ed i palazzi storici, festeggiamenti popolari.
Addirittura alcune fabbriche di soldatini misero in commercio
soggetti ispirati al periodo risorgimentale. Fu anche stampato
un francobollo con le effigi di Mazzini, Cavour, Garibaldi e
Vittorio Emanuele; ma dove stanno Mazzini, Cavour, Garibaldi e
Vittorio Emanuele, nelle celebrazioni dell'Unità di cinquanta
anni dopo? Insomma, qual è il significato che vogliamo dare alla
manifestazione? Tutto, tranne quello di una festa sentita dalla
nazione; tutto, purché non si parli di nazione stessa e la
celebrazione rimanga astratta, esangue, puramente ufficiale ed
artificiale.
La realtà è che nel 2011 non c'è alcuna nazione da
festeggiare e nessun orgoglio da celebrare, perché noi italiani
non ci sentiamo più una nazione, ma al massimo un popolo, un
generico gruppo etnico che più o meno parla l'italiano; ma non
ha, e per giunta le disprezza, una tradizione e una cultura
propria.
La lenta costruzione di un'identità nazionale fu una
lunga e difficile opera che fu portata avanti dai governi
italiani, soprattutto attraverso la scuola e il servizio
militare , per tutta la seconda parte dell'Ottocento ed i primi
quattro lustri del Novecento, e che fu poi artificiosamente
gonfiata nel ventennio. Sono bastate la sconfitta del 1945 e,
(non c'è neppure il bisogno di chiamare in causa Galli della
Loggia), l'egemonia culturale successivamente instaurata dal
pensiero marxista, fondamentalmente internazionalista ed
esterofilo, per seppellire il tutto.
Ragioniamo per un momento, amici lettori. La coscienza e
l'identità, la natura e l'essenza di una nazione non si fondano
sul presente, ma sul passato e sulla memoria storica;
addirittura sul mito e la retorica. Il mito americano della
guerra d'indipendenza dei coloni, il mito del lontano West, il
mito della guerra per la liberazione dalla schiavitù dei neri
(quando tutti sanno che le ragioni furono ben diverse); e allo
stesso modo quello francese sulle glorie e lo splendore di Luigi
XIV e Napoleone; e quello britannico su Riccardo Cuor di Leone,
Wellington e Nelson, quello sudamericano di Simon Bolivar, ben
lo sappiamo, hanno tutti poco o nulla a che vedere con la realtà
storica. Allo stesso tempo, non grondano forse di retorica
nazionale film come Revolution oppure come Braveheart? Cosa
hanno a che fare, certe opere cinematografiche con la nostra
tradizione storica? Nulla, eppure hanno avuto un grosso successo
di pubblico in Italia. Ma chi avrebbe mai pagato il biglietto
per vedere il film "leghista" e forse altrettanto retorico su
Alberto da Giussano (che, se non erro, non è stato neppure
distribuito nelle sale), soltanto perché vi si parlava di un
eroe nazionale? Perché abbiamo accolto con successo una
pellicola su un "mitico" eroe della libertà scozzese, ma
commentiamo, con ironia e sarcasmo schifiltosi, senza neppure
averla visionata, la pellicola su un altrettanto "mitico" eroe
italiano contro la dominazione imperiale tedesca?
Diciamoci la verità, amici, e portiamo ancora qualche
esempio utile ad una sommaria ma realistica auto analisi:
quale politico europeo si è mai chiesto «cosa penseranno di noi
gli italiani» oppure «cosa penseranno di noi gli stranieri»? Al
contrario, in Italia, non siamo forse abituati a sentire
continuamente, da parte dei più colti, dei più prestigiosi e
«illuminati» commentatori politici o di costume, che in
qualsiasi paese civile (sottinteso, quindi, ovunque tranne che
in Italia, che ergo non è un paese civile), «queste cose non
succederebbero mai». E non ci avvediamo che le medesime teste e
le medesime bocche sembrano nutrir un sacro pudore a pensare e
pronunciare il nome «Italia» e lo sostituiscono perciò con la
circonlocuzione «questo paese»?
E che dire poi della stampa: non ci preoccupiamo forse,
ricorrentemente e quasi maniacalmente, di quello che pubblicano
e pensano dell'Italia, ad esempio, il Times o il Washington
Post, come se quei quotidiani fossero maestri, censori e
portatori di verità rivelate? Pensiamoci bene: siamo certi che
altrettanto avvenga all'estero per ciò che pubblicano dei loro
paesi o dei loro governi Il Corriere della sera o La Repubblica?
Pretendiamo forse una pari attenzione, da parte degli stranieri,
verso i nostri quotidiani nazionali? E tutto ciò non è una forma
di servilismo culturale e di senso d'inferiorità nazionale, come
se fossimo ancora schiavi di padroni stranieri, e come se
attraverso il Risorgimento non ci fossimo ancora riscattati
conquistando la nostra indipendenza politica e, perché no, di
pensiero?
Riflettiamo ancora un istante sulla nostra esterofilia, tipica
di chi cerca altrove quegli elementi di sicurezza ed identità
che non trova presso di sé. Perché insomma, per definizione
apodittica, i politici stranieri sono tutti migliori e meno
corrotti di quelli italiani? Esiste un motivo per cui i
provvedimenti dei governi stranieri o dell'Unione Europea sono
sempre più avveduti di quelli nostrani, tanto che sentiamo
praticamente il dovere di imitarli ed uniformarci al loro
esempio? Perché ad esempio, parlando di riforma dello Stato, ci
riferiamo al «premierato alla tedesca» o al
«semipresidenzialismo alla francese»? Vi siete chiesti se esiste
una ragione che vieti di seguire una via all'italiana? Vi siete
chiesti se, in Francia e Germania, nello scrivere le loro
costituzioni, qualcuno si sia mai ispirato all'esempio italiano;
e se, sessantadue anni fa i nostri costituenti si sono rifatti a
modelli stranieri? Siamo insomma così incapaci, noi italiani, da
doverci sottomettere volontariamente ad una sorta di tutela
straniera? Possibile che nessuno si accorga di una tale
macroscopica mancanza di fiducia in noi stessi e nei nostri
politici?
Diciamocelo francamente: chi è più razzista (sì, proprio
razzista, perché ci autopercepiamo come la sentina e la somma di
tutti i difetti possibili), e chi è più anti italiano ed
autolesionista di noi italiani? Non ci sentiamo forse orgogliosi
di coltivare l'interculturalismo e il pluriculturalismo, non
amiamo sperare in un futuro interetnico, non ammiriamo le
religioni non cattoliche anche le più esotiche, non combattiamo
per la libertà e il diritto di tutti a conservare da noi le
proprie tradizioni ed anzi ad imparare da loro, mettendo in
secondo piano, anzi, accusando di faziosità e sciovinismo,
coloro che timidamente cercano di salvare le nostre tradizioni?
Vi siete chiesti perché, secondo una recente sentenza della
cassazione, non è razzismo dire «italiani di m.», mentre è un
grave reato di razzismo riprovato da tutti chiamare «negro» una
persona di colore?
In qualsiasi nazione straniera è lo Stato, attraverso la
scuola, che si assume la responsabilità di formare ed alimentare
una coscienza nazionale. Ma chi di noi, se il proprio figlio che
frequenta le elementari, tornasse a casa dicendo «Oggi la
maestra ci ha parlato della nostra patria e ci ha insegnato
"Fratelli d'Italia"», non la considererebbe, dall'alto della
propria cultura così aperta, un'iniziativa eccentrica e
sospettosa, per non dire controproducente o fastidiosa?
L'educazione dell'identità nazionale non è forse un po' troppo
trascurata e persino osteggiata nelle nostre scuole che
perseguono l'integrazione degli immigrati, allorquando una
direttrice didattica, com'è successo il 4 novembre scorso, non
fa partecipare le sue classi ad una cerimonia a Redipuglia,
nella quale era previsto l'alzabandiera del tricolore, perché
ospitano degli scolari stranieri? Diciamocelo: non si tratta
forse, in un certo senso, di un'integrazione al contrario?
Guardate ad esempio un film o un serial statunitense: troviamo
giapponesi, portoricani, italiani, irlandesi, indiani o arabi
che magari sono poliziotti, funzionari, agenti segreti o
delinquenti, ma si sentono, in primo luogo, cittadini americani
pienamente integrati nei costumi e nelle leggi di quel paese.
articolo pubblicato il: 16/04/2010 ultima modifica: 17/04/2010