Nello scorcio della XI legislatura, in quell'inverno in cui la Prima
Repubblica stava lasciando il posto alla Seconda, si era tentato di stabilire
una quota riservata alle donne nelle elezioni amministrative.
Il tentativo non andò a buon fine, ma era partito male, nello scetticismo di una parte delle stesse donne, contrarie a sentirsi "riserva indiana".
A distanza di dieci anni, il 28 gennaio a Roma si è tenuta la prima riunione del "Tavolo Bipartisan per le Riforme per il Riequilibrio della Rappresentanza". Organizzata dalla responsabile nazionale femminile Sandra Cioffi e dalla senatrice Marida Dentamaro di AP-UDEUR, ha visto riunite molte rappresentanti dei partiti, tutti invitati e quasi tutti presenti con proprie delegate, nonostante qualche defezione.
Lincontro ha permesso di fare il punto sulla situazione delliter dei disegni di legge presenti al Senato e alla Camera dei Deputati. ma, soprattutto,ha fatto emergere come i tempi siano maturi per una consapevole presenza e ruolo femminile nelle Istituzioni.
Aldilà degli schieramenti e delle posizioni, non è più procrastinabile l'impegno per una soluzione del problema della rappresentanza femminile a tutti i livelli.
Il sogno di una democrazia compiuta passa attraverso la corretta applicazione dei dettati costituzionali e il pieno coinvolgimento di tutte le forze del paese, ivi comprese le donne, ancora troppo discriminate o relegate, se scomode, a folklore o costrette a manovrare nel sottobosco della politica, come tante emule di Sempronia.
Si potrebbe obiettare che il ruolo e lo spazio vadano conquistati sul campo, come tante donne hanno dimostrato negli anni, ma la realtà odierna non consente identiche opportunità. Gli articoli 49 e 51 della Costituzione aspettano una legge attuativa, che stenta ad arrivare in aula per una sorta di alleanza trasversale di molti parlamentari uomini.
La necessità di una forte mobilitazione non può nascere solo dai paragoni con stati stranieri, che relegano l'Italia agli ultimi posti a livello mondiale in tema di rappresentanza femminile, ma da scelte culturali, dalla tensione morale, dal dovere civico.
Non serve investire nell'educazione, se le prospettive restano le stesse, seppur più raffinate o sofisticate, delle nostre nonne. L'istruzione obbligatoria poteva apparire nell'Ottocento una costrizione (per qualche genitore, purtroppo, lo sembra ancora), ma fu grazie a quella costrizione che l'Italia è cambiata. Così è del tutto velleitario sperare in una maggiore rappresentatività politica delle donne senza l'obbligo di quote predefinite.
Alla base di ogni progetto di vita è prioritaria la possibilità di una libera scelta in una società libera e civile.