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editoriale
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di Ada

La gran partita è in corso da qualche mese, intendiamo quella tra i partiti che si riconoscono nella maggioranza governativa, perché l'altra, tra questi e l'opposizione di sinistra, è iniziata all'indomani della sconfitta elettorale del 2001 e prosegue senza esclusioni di colpi spesso maldestri da ambedue le parti.

Gli osservatori più attenti rilevano che alla base di tutto il parlare di queste settimane - con il presidente di AN che si rilancia come se fosse un vecchio liberale di destra, con il segretario dell'UDC che non è d'accordo su tutto e sembra voler tirare il carro del presidente della Camera, con la Lega impegnata a far vedere che ancora esiste - ci sia soltanto il desiderio generalizzato di puntare ad un dopo Berlusconi con l'impegno intanto di differenziarsi da tutti gli altri nelle prossime elezioni europee. In effetti, il partito del presidente del Consiglio sta a guardare, per nulla divertito, a quanto pare.

In sostanza il vecchio "teatrino della politica" tanto "caro" a Berlusconi, ha riaperto i suoi battenti perché quando le cose vanno male ci si rifugia nello spettacolo. E le cose non vanno certamente bene. Il presidente del Consiglio aveva sperato nell'Europa e probabilmente credeva che un gran successo internazionale dell'Italia come mediatrice tra i venticinque Paesi sulla Costituzione, avrebbe portato ad un rinnovato prestigio. Sei mesi perduti dietro un illusorio tentativo di costruire qualcosa di grandioso in poco tempo, di annullare il ricordo, sempre presente purtroppo, di secoli di lotte tra i popoli del nostro continente, di interessi contrastanti, di scelte politiche non unitarie (esemplare il caso Irak).

Tornato a casa con un pugno di mosche, dopo un semestre di impegnativi incontri in quasi tutte le capitali europee, Berlusconi si è trovato a dover maneggiare una situazione molto difficile nel suo Paese dal punto di vista soprattutto economico anche se, a ben vedere, le relative colpe non sono del suo governo.

Paradossalmente il tempo perduto in Europa lo dovrà addebitare oltre che al diktat di Chirac, ad un capo di Governo che riteneva suo amico, quello spagnolo. Berlusconi ha ignorato probabilmente che gli spagnoli quando si tratta di interessi vitali non guardano in faccia nessuno ed è loro diritto. Ci ritorna in mente quanto disse Adolf Hitler su l'unico incontro che ebbe con Francisco Franco nel tentativo, risultato inutile, di trascinare la Spagna nella II guerra mondiale: " non mi sono mai trovato di fronte ad un uomo tanto sfuggente e così determinato ad evitare qualsiasi impegno".

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