Il Sahara ritornerà verde come 10.000 anni fa? Sembrerebbe di sì stando almeno ad alcune recenti immagini satellitari della NASA, confrontate con analoghe fotografie prese diversi anni fa. Quindi, mentre da più parti si parla di desertificazione inarrestabile, le ultimissime indagini, confermate anche da autorevoli climatologi statunitensi e inglesi, sembrano invece dimostrare il contrario. E cioè che il processo di inaridimento che da secoli interessa l'Africa settentrionale e centrale sta rallentando sensibilmente il suo corso, grazie anche all'aumento della temperatura dell'Oceano Atlantico, imputabile, almeno così sembra, all'effetto-serra. Una buona notizia (se si dovesse confermare vera) destinata ad aprire nuovi orizzonti su una delle più affascinanti ma disgraziate aree del pianeta. E' infatti utile ricordare che nel Sahara la pioggia è un fenomeno raro o eccezionale per definizione: in alcune zone ne possono cadere 200 millimetri l'anno, mentre in altre meno di 100 o addirittura neanche una goccia. La maggiore fonte di approvvigionamento idrico del Sahara è infatti rappresentata dai pozzi, dalle acque sotterranee (di difficile e costosa estrazione) e dalle cosiddette precipitazioni occulte, dovute, soprattutto nel periodo invernale, alla condensazione in rugiada del vapor d'acqua. (1)
Secondo Marco Rossi, esperto di questioni climatiche, questa inversione di tendenza sarebbe particolarmente visibile soprattutto lungo la fascia meridionale desertica africana, cioè in quei paesi come Ciad e Sudan che, da parecchi anni, stanno combattendo una vera e propria battaglia contro l'avanzata delle sabbie: battaglia che ha ottenuto un certo successo grazie ai cambiamenti climatici globali che, come si è detto, hanno fatto aumentare l'umidità e le precipitazioni. Emergenza finita? Niente affatto, anche perché risulta ancora molto difficile stabilire e quantificare le cause autentiche di questo nuovo fenomeno che contraddirebbe le opinioni degli scienziati catastrofisti i quali sostengono che il processo di inaridimento del Sahara (ma anche di altre aree del globo) sia ineluttabile e definitivo. Sulla base degli ormai noti studi effettuati da questa ormai folta ed agguerrita categoria, la desertificazione sarebbe destinata a continuare e ad aggravarsi per effetto dei cambiamenti climatici provocati dall'industrializzazione e dall'eccessiva immissione dell'atmosfera di gas combusti e no. A supporto di questa tesi, alcune osservazioni che è doveroso riportare. L'aumento medio della temperatura globale dell'atmosfera, osservato fino al 1999, è stato infatti di 0.6-0.7°C, un valore elevato in percentuale se si considera che la temperatura media globale è di 14°C. Le variazioni attese per l'anno 2100 prevedono invece globalmente un aumento medio di 4°C, se consideriamo solo l'effetto serra, oppure un aumento appena meno consistente se consideriamo l'effetto raffreddante che sembra abbiano alcuni gas non ben specificati. Ma, come si è detto, a livello internazionale, esiste ormai una vera e propria controversia circa il fatto che la desertificazione "sia effettivamente un'emergenza ambientale o piuttosto un mito globale". A favore di questa seconda ipotesi si schierano come si è detto numerosi scienziati, anche molto autorevoli, cosiddetti "positivisti" i quali, basandosi sulle più recenti informazioni (vedi quelle satellitari) e sui primi riscontri diretti che evidenziano l'effettiva regressione di molte aree desertiche sahariane (ma anche australiane), sono invece dell'idea che si stia verificando un cambiamento di tendenza. Senza dimenticare che vi è una terza categoria di studiosi che di fronte alle novità scaturite dalle recenti mappature satellitari, sono propensi a giudicare la desertificazione come un evento naturale, ciclico e quindi transitorio, ricordando che nel corso della storia alcune aree del pianeta sono state interessate da ampi e prolungati cambiamenti climatici (vedi l'"optimum climatico" dell'Alto Medioevo e la successiva "piccola glaciazione" del Basso Medioevo: fenomeni piuttosto ben documentati che hanno interessato tutta l'Europa.
Ma cerchiamo di capire la dinamica in atto, quella cioè che desta l'attenzione di quegli scienziati "moderati" che, pur non confutando del tutto le tesi dei "catastrofisti", ipotizzano possibili e positive modificazioni climatiche determinate paradossalmente proprio da quei pericolosi fenomeni causati in buona misura, così almeno sembra, dall'inavvedutezza dell'uomo, cioè il buco nell'ozono e l'effetto-serra.
"In questi ultimi anni, attraverso un inusuale fenomeno di combinazione delle correnti atmosferiche - spiega Marco Rossi - correnti fredde nord-atlantiche tendono a riversarsi, passando attraverso la penisola iberica e l'Algeria, con più frequenza nel cuore del Sahara settentrionale. Si tratta di masse di aria fredda a quota elevata, piuttosto umida, che presentano una componente di vorticosità favorevole allo sviluppo di celle temporalesche. Tale sviluppo sembrerebbe attivato dall'intenso contrasto tra queste masse e l'aria molto calda che si eleva dal suolo desertico. Naturale quindi che, tra la primavera e l'estate, in certe regioni sahariane e sub-sahariane si possano verificare temporali più frequenti, accompagnati da precipitazioni anche di notevole intensità". Sempre secondo Rossi, è nei mesi di aprile e maggio che le discese fredde sul Mediterraneo e sull'Africa Settentrionale darebbero origine a queste intense masse depressionarie che hanno portato (tra il 2001 e il 2003, ndr) alla formazione di estese coperture temporalesche fino nell'interno del Sahara, che è stato bagnato da precipitazioni assolutamente fuori dal normale. Questa situazione del tutto nuova sembra riportarci con la memoria ad un clima molto antico, quando appunto le piogge battevano periodicamente e regolarmente tutta la regione sahariana, dall'Atlantico al Mar Rosso, consentendo la crescita di una vegetazione molto simile a quella delle savane. Circa 10.000 anni fa, come è noto, il Sahara era infatti una distesa rigogliosa di erba e bassi fusti, costellata da non rari boschi e laghi e popolata da una fauna cospicua comprendente ippopotami, rinoceronti, elefanti, ghepardi, leopardi, leoni, gazzelle e altri erbivori di grossa taglia. Fu verso il 7.000 avanti Cristo che questa regione iniziò ad inaridirsi per poi diventare, già in epoca romana, un vasto e inospitale deserto. Nel 1999, fu l'équipe del professor Martin Claussen del Potsdam Institute for Climate Impact Research a scoprire che questo processo avvenne non gradualmente, ma in due fasi distinte (la prima tra il 6.700 e il 5.500 a.C. e la seconda, ben più determinante, tra il 4.000 e il 3.600 a.C.) in concomitanza di una modifica dell'orbita terrestre e dell'inclinazione dell'asse del pianeta: fenomeni che Claussen ritiene possano ripetersi nuovamente anche in futuro. Secondo alcuni climatologi, in questi ultimi due o tre anni in diversi Paesi nordafricani si sta registrando un regime pluviometrico molto particolare e anomalo, con piogge violente durante il semestre invernale (si ricordi la disastrosa alluvione ad Algeri di due anni fa) e frequenti fenomeni temporaleschi anche nella stagione estiva, proprio come è accaduto quest'anno. Precipitazioni, queste ultime, che stanno iniziando a fare rinvigorire sensibilmente la vegetazione pre-desertica. Anche se si è ancora lontani dal potere stabilire con certezza che tale andamento è destinato a proseguire in maniera definitiva.
"Si può discutere a lungo se questi fenomeni facciano parte di un più generale 'riassestamento' climatico dovuto al riscaldamento globale oppure rientrino in un ciclo per così dire naturale. Ciò che comunque a noi preme sottolineare - conclude Rossi -è che, se questa tendenza si protrarrà almeno per un certo periodo, vaste aree attualmente improduttive potrebbero sicuramente trasformarsi in nuove zone atte alla coltivazione e al sostentamento di numerose comunità afflitte dalla fame e dalla sete". E se così fosse - aggiungiamo noi - non è certo poco.
NOTA
(1) Alla metà degli anni Ottanta, in Libia, nella zona del massiccio montuoso del Jebel al-Hasawinah e più a oriente, nella regione di As Sarir, è stato scoperto nel sottosuolo un gigantesco lago di acqua dolce in grado di dissetare la quasi totalità della popolazione libica: opportunità che non è sfuggita al leader Gheddafi che nel 1989 ha ordinato la costruzione del cosiddetto "Grande Fiume Artificiale", un faraonico acquedotto di oltre 4 mila chilometri destinato a distribuire alle assetate città libiche affacciate sul Mediterraneo circa 6 milioni di metri cubi d'acqua al giorno. Salvo imprevisti, il mega-acquedotto (costo: circa 30 miliardi di dollari, cioè un terzo del prodotto interno lordo della Libia) verrà ultimato entro il 2007. Soldi spesi bene? I geologi occidentali apprezzano moderatamente lo sforzo di Gheddafi e avvertono che le riserve di acqua fossile del Sahara sono però destinate ad esaurirsi, se intensamente sfruttate, entro cinquanta, al massimo cento anni.