La produzione di cacao, una delle principali colture brasiliane per il mercato desportazione, dovrebbe essere rilanciata. Con due grandi obiettivi: Salvare la foresta dalla distruzione e permettere a molti coltivatori di trovare unalternativa ecologica e remunerativa ad altre colture. La sollecitazione arriva da Chirs Bright, ricercatore del World Watch Institute (Wwi) e coautore, con Radhika Sarin, dello studio Venture Capitalism for a Tropical Forest: Cocoa in the Mata Atlántica. Secondo Bright, il Brasile potrebbe piantare cacao, lavorarlo, esportare cioccolato e prodotti derivati e, al tempo stesso, preservare la foresta, migliorare il lavoro rurale e trasformare i consumatori di cioccolato in un gruppo dappoggio internazionale per la selva atlantica.
Lalbero del cacao, in effetti, è una pianta autoctona perfettamente a suo agio in condizioni di caldo tropicale, in grado di raggiungere i dieci metri di altezza integrandosi perfettamente con le altre specie arboree autoctone. Se coltivate con criteri biologici, a detta di Bright le piantagioni di cacao potrebbero diventare delle vere avanguardie ambientaliste e, allo stesso tempo, garantire unimportante fonte dintroiti per gli agricoltori, in una fase in cui gli altri produttori tradizionali - Ghana, Costa dAvorio e Indonesia - hanno diminuito la loro produzione.
Adottando nella produzione di cacao forme di coltivazione organica - aggiunge Bright - si potrebbe migliorare i benefici e la competitività e attrarre i consumatori alla ricerca di prodotti naturali e non sofisticati industrialmente, come previsto invece dalla recente introduzione di normative sul cioccolato nellUnione europea e negli Stati Uniti. La direttiva Ue del 2000, in particolare, modificando una precedente direttiva del 1973, autorizza l'aggiunta di sostanze grasse vegetali fino ad un massimo del 5 per cento, alterando in modo decisivo, secondo ambientalisti e associazioni di categoria, la composizione del cioccolato made in Europe, che diverrebbe nulla più se non un surrogato. Il ricercatore del Wwi propone, infine, di adottare in Brasile le stesse metodologie non repressive e non invasive utilizzate in Colombia, dove un progetto pilota delle Nazioni Unite ha sostituito 7.500 ettari di coca con piantagioni di cacao, dando lavoro a 2.500 famiglie. Il Brasile è, attualmente, il secondo produttore mondiale di cacao, seppure lattività risulti in diminuzione. Le piantagioni del Paese sudamericano sono concentrate essenzialmente negli Stati di Bahia (Ilhéus) e di Espirito Santo.
Proprio a Bahia fino a pochi anni fa c'era una grande piantagione di cacao che impiegava 400mila persone. Ora sono andati persi almeno 250mila posti di lavoro e il cacao viene importato dall'Africa denunciava alla fine degli anni Novanta Luis Inácio Lula da Silva nelle sue vesti di sindacalista, prima di diventare presidente della Repubblica. Questo succede perché l'élite brasiliana tende a copiare il modello dei Paesi più ricchi e non investe nelle imprese individuali a livello familiare, concludeva allora lattuale capo dello Stato. Il Brasile è uno dei più grandi produttori agricoli del pianeta. Dalle sue piantagioni dei distretti di São Paulo, Paraná, Espírito Santo e Minas Gerais, infatti, proviene circa un quarto della produzione mondiale di caffè, destinata in gran parte alle esportazioni.
Il Paese latinoamericano è, inoltre, uno dei primi produttori mondiali di canna, da cui si ricavano zucchero raffinato e alcol per combustibili. Altre colture di rilievo sono le oleaginose, quali negli ultimi anni soprattutto la soia, i semi di lino, il ricino e le palme da olio, oltre alla frutta (banane, arance, ananas, noci di cocco, acerola, cajù, maracuja, papaia e mango. Dalle fitte foreste del Brasile si ricavano inoltre caucciù, cera di carnauba, piante medicinali, oli vegetali e resine, oltre a diversi tipi di legno da costruzione, legni pregiati quali il cedro, il palissandro e il pino del Paraná.