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arte e mostre
"Paralelo 40/41

alla Accademia Reale di Spagna di Roma


GALERÍA MAGDA BELLOTTI e ACCADEMIA REALE DI SPAGNA A ROMA presentano

PARALELO 40 /41
dal 3 maggio al 23 maggio 2011 Inaugurazione il 3 maggio alle ore 19

L'Accademia Reale di Spagna a Roma, in collaborazione con la Galería Magda Bellotti di Madrid, inaugura martedì 3 maggio 2011 alle ore 19 la mostra Paralelo 40/41.

Paralelo 40/41 è quella linea invisibile che, all'interno del globo terrestre, corrisponde alla posizione geografica di Roma e di Madrid. Una buona scusa, insomma, per attribuire questo titolo a una mostra che vuol stabilire un numero ancora maggiore di legami tra le due città e le due comunità artistiche.

Per questa occasione Magda e Antonio Bellotti hanno selezionato otto artisti della galleria, quattro dei quali ex borsisti dell'Academia (Paloma Peláez, Rosell Meseguer, Antonio Rojas e Santiago Mayo) e quattro invece più giovani (Ángeles Agrela, Juan del Junco, Alfredo Igualador e Jorge Cano).

Ognuno degli artisti selezionati lavora con mezzi tecnici differenti, ma alla fine del processo creativo, anche se con risultati tecnicamente diversi, appare ed emerge un unico filo conduttore. L'identità, la memoria, la natura, l'esclusione sociale sono alcuni dei temi affrontati nell'opera dei partecipanti alla mostra.

Si allegano il comunicato stampa con alcune brevi note su opere e artisti in mostra e alcune immagini con didascalia. Disponibile su richiesta anche il catalogo della mostra in spagnolo, italiano e inglese sia in pdf che cartaceo.

Reale Accademia di Spagna a Roma Piazza San Pietro in Montorio 3 Tel: 06.5812806. Ingresso libero Aperto: dal martedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19

Ángeles Agrela La profondità della pelle, la collezione esposta in questa mostra, rappresenta una sorta di corrispettivo dei viaggi di studio alle fonti, ai modelli immortali della pittura, ai grandi maestri. Attraverso questa collezione l'artista ha cercato di immergersi e di immergere lo spettatore in un viaggio che percorre lo spazio finissimo che va dalla superficie sottile della pittura alla profondità delle emozioni di fronte al sospetto della nostra inutilità. Per realizzare La profondità della pelle ha cercato di collocarsi in un terreno poetico che prende corpo da immagini che appartengono alla memoria collettiva. Si tratta di reinterpretazioni, reinquadrature e approssimazioni a opere note di maestri vissuti tra il Rinascimento e il secolo XIX. Piero della Francesca, Robert Campin, Hans Holbein, Vermeer, Velázquez o Ingres. Anzi, più concretamente si tratta di ritratti. Agrela ha strappato letteralmente la pelle agli individui che, raffigurati con grande fedeltà, ci osservano dalle pareti per far vedere quello che la pittura nasconde: una mappa dettagliata di muscoli, vene, nervi e ossa alla maniera della tavole anatomiche.

Jorge Cano Dato che la vita e la percezione, se è possibile separarle, sono una questione di pezzetti, di brandelli o di frammenti, il lavoro di Cano si sforza di recuperarli, crearli, estrarli, conservarli e sovrapporli per reintegrare vita e percezione, all'interno di un palinsesto che si trattiene in un punto per proseguire, talora, verso la successiva instabilità. Si tratta di operare a due livelli: a livello della sostanza (sensazione vera e propria che è la pittura) oppure a livello della narratività visuale, all'interno della quale si creano i racconti della contemporaneità e la storia. L'unica necessità di metterli in relazione è costituita dall'applicazione in entrambi dello stesso metodo di lavoro: una pratica che consiste nel coprire, sovrapporre e far emergere ciò che ancora non era apparso del tutto, nello svelare, forse, qualcosa di instabile. In questo contesto, per l'artista Roma è una sorta di bozzetto continuo, di palinsesto che non finisce, in cui il gioco del cancellare sovrappone a sua volta una nuova riscrittura, per poi cancellarla ancora senza sosta: come una possibilità di vita che deve negare la storia ma al tempo stesso reintegrarla all'interno del gioco. Un carnevale, antichi Saturnali.

Juan De Junco L'idea del paesaggio, tratto caratteristico della sua opera soprattutto nelle ultime proposte, parte da idee diverse. Al loro interno e come prima approssimazione si colloca una certa ricerca del piacere della contemplazione e del gesto perduto. Questa idea del gesto perduto deriva dall'uso della macchina nel momento della creazione, elemento che si intravede soprattutto negli artisti che si servono della fotografia. Anche se un pittore può utilizzare e in effetti utilizza il proprio corpo (la mano) nell'atto del creare, l'impiego della macchina, macchina fotografica e sofware, fa in modo che proviamo un piacere differente dell'atto creativo. D'altra parte esiste un'idea romantica del paesaggistico che nasce dal luogo in cui Juan De Junco è nato, l'Andalusia occidentale, che ha sedimentato nell'artista un'immagine romantica ottocentesca, immagine che non si sa se agisce come una sorta di predeterminazione o che realmente si percepisce (senza fine) quando ci si trova in questa regione della Spagna.

Alfredo Igualador "La stessa idea di dipingere e quella di situarmi all'interno di una mappa mi sono stranamente familiari - scrive Alfredo Igualador - Perlustrare luoghi, sapere da dove si può partire, intuire dove si può arrivare. Però intitolare una mostra Parallelo 40/41, o ancora che questa indicazione geografica corrisponda a un luogo come Roma proprio lì dove giunge Keats, proprio lì dove rinasce Poussin, proprio lì dove alcuni amici mi hanno collocato con parole, proprio lì dove non sono stato fisicamente, fa pensare. Tutto il tuo modus operandi è oramai lì, oramai ti localizzi, rifletti sull'inevitabilità del tuo lavoro in un luogo. Credo di poter prendere la linea Poussin-CezanneMatisse-Stella-Oehlen fino a Roma, spero, seguendo la mia linea di coordinate, di arrivare a Roma con il mio lavoro e di incontrare Roma in lui".

Santiago Mayo Alla mostra Paralelo 40/41 Mayo presenta la sua scultura A Beatrice Cenci. Come ha scritto Antonio Bellotti, "ci si può avvicinare a quest'opera da un punto di vista triplice: in un primo momento, l'osservatore vede soltanto il pezzo; in un secondo momento, legge il titolo e comincia a passare in rassegna un gran numero di riferimenti e di vicende, le una contraddittorie, le altre che convivono allegramente; in un terzo momento, l'osservatore guarda il pezzo alla luce delle recenti scoperte (il cumulo di conoscenze come confusione). In primo luogo, la lista dei materiali: sughero, panno di lino, calce, barra di metallo. Arte povera, dramma dell'acquaio, resti di cena che si trasformano in qualcosa che sta al di fuori di questo mondo. Come orme nella cera liquefatta sopra la tavola e sulla tovaglia di lino irlandese. Qualcosa di familiare, di tascabile. È come se Mayo volesse creare delle edizioni tascabili fuori stampa. La tavolozza è assai ridotta, la sensazione organica, biodegradabile, come se il sughero avesse conservato il colore e l'odore dell'anno della vendemmia".

Rosell Mesenguer "Mi piace l'idea di lavorare con immagini che non si possono determinare. Mi piace l'idea di pensare: "cos'è questo?". Così scriveva Rossel Mesenguer a proposito delle sue opere da esporre in questa mostra. Fotografie, come in un collage, in cui tocca allo spettatore aguzzare la vista e vedere prima ancora di capire strati di roccia, terra e sedimenti, affreschi deteriorati dal tempo o immagini quasi impossibili da decifrare che restituiscono solo una sensazione di antichità.

Paloma Peláez Sono passati più di vent'anni da quando Paloma Pelaez ha avuto modo di trascorrere un soggiorno da borsista presso l'Accademia. L'ultimo quadro che dipinse lì è un'opera di formato grande, orizzontale. I colori sono il giallo e il rosso, colori carnali, colori in cui l'artista continua a credere e a riconoscersi, con linee imprecise di matita che cercano di delineare in modo vago l'interno di una stanza, i suoi oggetti. In quel quadro c'era qualcosa di fedele, di essenziale e di intimo che faceva sì che Paloma ci si riconoscesse, ma mancava il risultato, non c'erano conclusioni. Così ha deciso di tornare a quegli anni e di terminare il lavoro: costruire una nuova immagine a partire da una che lei stessa ha creato nel tempo, una specie di "autovoyeurismo", in cui uno è al tempo stesso spia e spiato. Così, con emozione, è nata la prima opera che presento ha dato inizio alla serie "Finestre Indiscrete". vAntonio Rojas La pittura è ciò che interessa Rojas più di ogni altra cosa perché si occupa in un certo senso di se stessa, della luce e del movimento. Nel produrre immagini statiche cerca di riflettere il movimento del pennello, ovvero di tenere in conto la presenza fisica del pittore davanti alla tela. Qualcosa che, dopo Picasso e Pollock, non possiamo trascurare. Nella mente del pittore il processo di configurazione di immagini è in costante movimento. Non è per niente statica. Dipingere può essere paragonato a interpretare sul piano musicale. Perciò, se ci dimentichiamo dello strumento (il pittore stesso) e non ci rendiamo conto che potrebbe essere scordato, il risultato può apparire disastroso. "La pittura - scrive Rojas - è un atto di amore sotto molteplici aspetti. Però è soprattutto amore nei confronti di chi viene a osservare il risultato. Si incontra fin dal principio con l'osservatore, nonostante a volte si voglia ignorare questa circostanza cercando di imporre il proprio "ego". Lo spettatore diviene testimone del nostro "ego". Quando il lavoro è vero (sincero), si genera questo atto di amore e allora possiamo davvero essere generosi".

articolo pubblicato il: 29/04/2011

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