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"Che cos'è

di Fabrice Hadjadj e Fabrice Midal


Che cos'è la verità? è la domanda che Ponzio Pilato fece a Gesù e che oggi viene rivolta, nell'ambito di una disputatio tenutasi nella cattedrale di Rouen, a due filosofi francesi contemporanei, ben noti anche al pubblico italiano: Fabrice Hadjadj e Fabrice Midal. Partendo da punti di vista radicalmente diversi, entrambi propongono al lettore interessanti spunti di riflessione su una questione che ha attraversato la storia della filosofia, della religione, della letteratura e dell'arte, e che ciascuno è costretto ad affrontare nel corso della vita. Per Midal la ricerca della verità si inscrive nell'ambito del buddhismo, verso cui il filosofo, di origine ebraica, ha da tempo rivolto il suo interesse (ritrovandone echi suggestivi anche in Rilke e in Monet). Per Hadjadj - pure di origine ebraica, ma convertito al cristianesimo - la ricerca della verità si realizza soprattutto nell'incontro con l'Altro, colto nella sua irriducibile diversità e concretezza, di cui la persona di Cristo è l'espressione folgorante e assoluta.

«Quando la Verità sarà diventata carne appetitosa, è probabile che, dopo essere stati stuzzicati dai suoi primi ammiccamenti, cercheremo di metterla a morte, perché la sua luce, che ci attraeva quando essa illuminava il mondo, ci spaventerà nel momento in cui smaschererà i nostri lati oscuri.» Fabrice Hadjadj «La verità avrebbe come etimologia il senso di "chiavistello". E infatti concepiamo la verità come ciò che è sicuro, messo sotto chiave. Ma è proprio così? La verità non è forse, al contrario, ciò che sblocca, destabilizza? In tal senso, e questa è per me la lezione paradossale che ho imparato dai miei maestri, la verità è ciò che non detieni, ciò che è sempre altro, davanti a te - e spesso è provocatoria tanto quanto le parole di Cristo.» Fabrice Midal

le Edizioni Lindau presentano

Che cos'è la verità? Fabrice Hadjadj e Fabrice Midal dialogo in cattedrale

Edizioni Lindau | «I Pellicani» | pp. 94 | euro 12 | ISBN 978887180923-6| 2011

La disputatio che leggerete, e che si è tenuta nella navata della cattedrale di Rouen il 4 giugno 2010 non pretende, naturalmente, di dare una risposta definitiva alla domanda posta da Pilato a Gesù. Dare una risposta a questa domanda, a fortiori definire la verità, farebbe supporre che quest'ultima sia qualcosa di cui ci si potrebbe appropriare o che si potrebbe possedere. In realtà, come sottolineerà Fabrice Midal, la verità è proprio ciò che non si detiene. Essa è sempre di fronte a noi ed è lei a venirci incontro. E poi voler rispondere alla domanda non è forse mettersi al di sopra di Gesù, rimasto lui stesso in silenzio di fronte a Pilato? Ma nello stesso tempo non dire niente, così come farà osservare Fabrice Hadjadj, significa mettersi al posto di Gesù. È già meglio, ma è ancora troppo. La domanda di Pilato invoca quindi, se non una risposta, almeno una parola. Del resto, nella tradizione buddhista di Fabrice Midal, la verità dev'essere detta e, nella tradizione cristiana cui fa riferimento Fabrice Hadjadj, si deve renderne testimonianza. Ma di che tipo di parola si tratta quando si aspira a dire la verità o a testimoniare di essa? Se la domanda «che cos'è la verità?» viene vista come una prova di filosofia all'esame di maturità, in questo libro non si troverà il confronto degli svolgimenti tipo offerti da due professori. Ancor meno un'analisi comparativa delle risposte buddhista e cristiana allo scopo di determinare quale sia la più pertinente. Si tratta piuttosto di un dialogo profondo tra due uomini i quali pensano che la verità, allo stesso tempo crudele e dolce, rifletta il dramma dell'esistenza umana, e, a causa di ciò, la ricercano per se stessi e per gli altri. Si può pertanto sperare che il loro contraddittorio permetta a coloro che lo leggeranno di progredire verso questa verità che emerge. Tanto più che la «disputa» che hanno ingaggiato risponde a tre grandi esigenze essenziali per chi vuole parlare della verità. La verità è questione di volto e di voce

Fabrice Hadjadj sviluppa questo aspetto fondamentale della ricerca della verità. La comunione dei volti e l'ascolto di una voce fanno parte, per lui, delle grandi condizioni di possibilità di ogni discorso sulla verità: «La nostra ricerca di un sapere non deve mai farci dimenticare questa verità primaria: noi siamo innanzitutto persone con nomi propri, e lo sguardo di ciascuno nei confronti dell'altro sembra contenere un mistero più profondo di tutte le enciclopedie. Di conseguenza, se la risposta alla domanda dovesse portarci a un sistema universale in cui le peculiarità si confondono, se la verità corrispondesse a una grande intelligibilità anonima che annulla la consistenza delle persone, essa sarebbe falsata in partenza». La verità si compie in singoli volti che si guardano e attraverso voci che si ascoltano. Una disputatio realizza proprio questo, mettendo di fronte due protagonisti che non possono proseguire insieme se non a prezzo dello sguardo e dell'ascolto. Prima di essere un mezzo pedagogico dovuto al genio del Medioevo, la disputatio è un cammino di verità perché pone a confronto dei volti e delle voci. La verità inquieta e libera Se la ricerca della verità induce a mettersi all'ascolto della poesia, la verità di questa ricerca si misura con la prova che ci induce ad attraversare piuttosto che con la pace che essa procura. Su questo i due partecipanti al dibattito sono d'accordo. Fabrice Midal dirà, così, che «la prova della verità per l'essere umano è un'insostenibile provocazione e la più alta esigenza. Sembra rimettere in discussione il proprio modo di vivere, le proprie credenze, le proprie convinzioni». Allo stesso modo, Fabrice Hadjadj sottolineerà che se la verità libera le nostre vite illuminandole, questo rinnovamento delle nostre esistenze è necessariamente difficile: «La luce della verità, nella misura in cui oltrepassa le pareti e l'orientamento della mia lanterna, non può essere altro che una luce pesante, vale a dire che non è soltanto la risposta alle mie domande, ma essa mi interroga a mia volta, al punto che può venirmi voglia di liberarmene». Accettare la «prova» della disputatio, per rispettosa e amichevole che sia, significa onorare una delle grandi modalità di ricerca della verità: esporre la propria ricerca agli interrogativi dell'altro. Suscita così una certa impressione sentire Fabrice Midal ricordare, nel corso del dibattito, il proprio sconvolgimento dovuto alla scoperta di una mistica francese, cattolica, vissuta nel XVII secolo. Naturalmente mancherà al lettore di questa disputa l'atmosfera vespertina della cattedrale attraversata dagli ultimi raggi del sole di giugno, ed egli potrà solo immaginare, attraverso la ritrascrizione fedele degli interventi, il timbro delle voci e l'espressione dei volti. Ma sarà necessariamente condotto, anche se non a rimettere del tutto in discussione il suo modo di vedere, per lo meno a un approfondimento del proprio pensiero. Da tale punto di vista, è sufficiente che la lettura di quest'opera viva e piacevole possa essere considerata come una prova!

Fabrice Hadjadj, nato a Nanterre nel 1971, è un filosofo francese. È autore di numerosi libri, molti dei quali tradotti anche in Italia (Mistica della carne, Farcela con la morte, La fede dei demoni). Lindau ha pubblicato, nel 2010, La terra strada del cielo. Manuale dell'avventuriero dell'esistenza.

Fabrice Midal, nato a Parigi nel 1967, è un filosofo francese. Insegna meditazione presso la scuola Prajña & Philia, il cui scopo è fondare un «buddhismo occidentale che dialoghi con la filosofia e la poesia».

Di Fabrice Hadjadj Lindau ha già pubblicato: La terra strada del cielo. Manuale dell'avventuriero dell'esistenza (2010) Se oggi il cielo sopra le vostre teste vi sembra vuoto come un brutto libro, è perché non guardate abbastanza dove mettete i piedi. Uno dei dati più sicuri della metafisica è certamente il «dente di leone», e sarebbe bastato un rastrello a salvare Sartre dalla «nausea».

articolo pubblicato il: 15/06/2011

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