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incontro con De Carli, vaticanista RAI
di Giovanni Tridente

Karol Wojtyla, “un comunicativo nato che non ha mai seguito le regole pratiche della comunicazione”. E’ così che Giuseppe De Carli, da diciotto anni in Rai come cronista a seguito del Papa, ama definire Giovanni Paolo II. Un uomo, “che non ha mai guardato le telecamere, ma con la sua disinvoltura ha fissato gli sguardi della gente ed è riuscito a dominare le moltitudini”. Un uomo che è stato “sempre se stesso: mediatico e carismatico insieme, che non ha mai deflettuto dalle sue idée”, “capace di commuoversi fino alla tenerezza e compagno di viaggio di ciascuno”.

Il giornalista, conosciuto per le sue dirette “vaticane” sul TG1 e attualmente a capo della Struttura Rai-Vaticano, è intervenuto ai consueti incontri del mercoledì sulla comunicazione, organizzati dalla omonima facoltà della Pontificia Università della Santa Croce.

De Carli è considerata la persona che per più ore ha fissato lo sguardo su Karol Wojtyla: “il mio orecchio sarà ineguagliabile”, ha detto di se stesso scherzando sul dato di fatto.

Nell’incontro con gli studenti ha dunque fornito un succinto excursus dei “momenti” ma soprattutto delle “emozioni” che lo hanno accompagnato nei suoi anni di lavoro a contatto con il Santo Padre in giro per il mondo.

Si è soffermato sull’esperienza della Giornata Mondiale dei Giovani a Roma, nel 2000, affermando che mentre si apprestava ad entrare in diretta, fissando lo sguardo sul Papa, “mi venivano in mente le frasi del Levitico su Mosè che non ostante carico di anni, la sua forza non si era spenta e la sua giovinezza non era svanita”. Del viaggio a Gerusalemme, “un pellegrinaggio che in sole tre ore è una profezia di pace” e dove “si sente forte il peso di Dio”. E così per il viaggio a Cuba, in Kazakistan, ad Assisi, le canonizzazioni di Padre Pio ed Escrivà de Balaguer, la beatificazione di Madre Teresa, i cinque milioni di giovani a Manila, la recita del Rosario a Pompei. Tutti momenti, ciascuno con la propria specificità, che hanno segnato “il mio pellegrinaggio di immagini dentro il cuore del mondo”.

Con all’attivo oltre 370 dirette, sia in Italia che all’estero, 59 durante il giubileo del 2000, Giuseppe De Carli confessa di aver imparato “a ridurre all’essenziale ogni mio commento; è l’immagine del Papa la sua stessa parola; e lui parla a tutti, a chi crede ma anche a chi non crede”

Qualcuno, ha ricordato il giornalista Rai, dice che ci sarebbe stata, negli anni, una sovraesposizione televisiva del Papa, che ha di fatto mandato in crisi gli ascolti. “Prima era l’atleta di Dio, il Maradona della Ecclesia, ora è il servo debole, l’uomo della fragilità fisica. Eppure comunica. La sua forza mediatica è la sua stessa debolezza fisica”.

Prima dei saluti, De Carli ha rilasciato alcune considerazioni sulla sua ultima fatica letteraria, intitolata “Eminenza, mi permette?” (Piemme-RaiEri, pp. 264 - Euro 14,90), che raccoglie 23 interviste ad alcuni dei cardinali al di sotto degli ottantanni e membri, di diritto, del prossimo conclave.

“Ho intervistato i cardinali perchè sento di non riuscire a scrivere un libro su Karol Wojtyla”, ha confessato l’autore. “Il Papa è un argomento arato con ogni mezzo, ma mi sento inadeguato ad affrontare organicamente un racconto su di lui”.

Giovanni Paolo II “ha trasformato il mio lavoro e mi ha cambiato. La fede incarnata è contagiosa, può provocare una conversione. L’ho notato nel cambiamento d’atteggiamento di alcuni miei colleghi, alcuni molto noti”.

A Lourdes, nell’ultima visita del Papa per esempio, “io cercavo di non far trasparire i miei sentimenti, ma avvertivo l’elettricità di quegli sguardi che andavano da chi soffriva al papa sofferente”.

La comunicazione del Papa, “facendosi flebile, ha trovato un doppio movimento a spirale, che va verso i cuori, le coscienze, verso l’esterno e verso l’alto”.

Ritornando al libro, “mi sono accorto che questo materiale era un patrimonio di idee e riflessioni da mettere a disposizione di tutti; fa il punto sulla chiesa cattolica di oggi, sul senso di fede rimasto oggi”. E che la grandezza di questo pontificato sta “nella grandezza dei suoi cardinali; Wojtyla è come un grande leader che si sceglie i collaboratori migliori”.

“Qando parlo del papa, sfioro il mistero”, ha confessato il giornalista a conclusione dell’incontro, e “ho scoperto un mare senza fondo”.

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