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arte e mostre
"Motherland"

alla Reale Accademia di Spagna di Roma


MOTHERLAND Mostra fotografica del collettivo PANDORA all'Accademia Reale di Spagna a Roma Dal 24 settembre al 26 ottobre

I fotografi del collettivo Pandora - Sergi Camara, Hector Mediavilla, Alfonso Moral e Fernando Moleres - si confrontano con l'idea di "Motherland" lavorando con la fotografia documentale. A partire dal concetto di frontiera come sinergia di un incontro, le loro opere ritraggono uomini e donne migranti ai confini dell'Africa, del Messico e del Medio Oriente, nel tentativo di dar concretezza al proprio desiderio di futuro. O ancora, ritraggono la (in)capacità delle grandi megalopoli contemporanee di generare accoglienza o solidarietà. Attraverso le immagini, dunque, i fotografi di Pandora denunciano le violenze e le sofferenze che patiscono i popoli, le famiglie, le persone costrette a spostarsi alla ricerca della dignità e di una possibilità di vita e, allo stesso tempo, provano a stabilire una relazione tra loro e chi guarda, e tra chi guarda e i soggetti ritratti: uomini e donne la cui "Motherland" diventa in definitiva il centro della loro esistenza, per assenza.

REAL ACADEMIA DE ESPAÑA EN ROMA Piazza San Pietro in Montorio 3, tel: 06.5812806 Ingresso libero Dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. Lunedì chiuso www.raer.it http://accademiaspagnaroma.wordpress.com

MOTHERLAND

I fotografi Sergi Camara, Hector Mediavilla, Alfonso Moral e Fernando Moleres, componenti del collettivo Pandora, si confrontano con il concetto di "Motherland" lavorando con la fotografia documentale. Una fotografia intesa non come specchio della memoria o copia del mondo, ma come artefatto, come mezzo capace di costruire i suoi propri riferimenti offrendoci pertanto la possibilità di creare un nuovo discorso sul mondo, arricchito con altri significati.

Il loro intero lavoro si sviluppa attorno a tre matrici discorsive fondamentali. La prima si interroga sulla nozione di "frontiera"; la seconda gira attorno ai concetti di movimento, dislocamento, immigrazione-emigrazione di una grande parte della popolazione umana oggi e delle conseguenze che derivano; la terza scava nelle viscere delle città contemporanee.

"Motherland" è una necessaria riflessione sul nostro posto nel mondo con un atteggiamento di denuncia e di allarme. Un mondo in cui l'io passa ineludibilmente dal noi, dalla interconnessione con gli altri.

I fotografi di Pandora ci invitano ad avvicinarci a "l'altro" poiché ritengono "che la persona può costituirsi solo attraverso l'altro , attraverso la differenza. La differenza non è qualcosa opposta all'identità, anzi è assolutamente necessaria per essa".

Perciò le immagini non si articolano dalla condiscendenza né da uno sguardo etnocentrico, bensì da una forte denuncia. Denuncia delle ingiustizie, della violenza, della sofferenza che raggiunge l'apoteosi quando ci si immerge nelle viscere di alcune megalopoli contemporanee.

Pandora lascia intravedere, infine, il rifiuto di questo modello di città, dove l'altro e il proprio io svaniscono, spariscono nella massa compatta in cui vagano, in questi non-luoghi. Uno spazio che, come Augé spiega perfettamente, "non crea né identità né relazioni, bensì solitudine e similitudine".

Pertanto, il luogo a cui questi fotografi non solo si sentono legati,ma nel quale vorrebbero che tutti , sia le persone fotografate sia gli spettatori, fossero presenti, è una terra fondata sull'incontro, sulla costruzione con l'altro.

LA FRONTIERA COME LUOGO DI INCONTRO

I fotografi di Pandora interpretano la nozione di frontiera come un territorio abitabile e dinamico dove prevale il carattere di spazio d'incrocio in confronto allo spazio di barriera, "un incrocio che impone l'inizio di una trasformazione, un essere-altri". Le frontiere, esibite qui tramite tre serie diverse, si presentano come un luogo di transito, come uno spazio oltrepassato.

Pertanto, nella serie di Sergi Camara sul muro di Melilla che separa l'Europa dell'Africa, intravediamo che il protagonismo della palizzata lunga 8 chilometri, col suo complesso sistema di sorveglianza, si è spostato verso la resistenza umana che lotta per i suoi sogni. Sono immagini che esaltano la forza dell'uomo e allo stesso tempo insistono sulle debolezze di una fortezza impossibile da valicare.

Allo stesso modo, il confine tra il Messico e gli stati Uniti ritrattato da Mediavilla e Moleres, un territorio di oltre tremila duecento chilometri e attualmente uno dei più sorvegliati al mondo, riflette le parole della scrittrice e poetessa Gloria Anzaldua che parlava di quella frontiera come di "una ferita aperta in cui il terzo mondo non è d'accordo con il primo e sanguina" aggiungendo che, nella sua volontà di costruire un'identità meticcia, "per sopravvivere nella frontiera devi vivere senza confini, essere attraversato" .

Dunque, queste fotografie ci mostrano le barriere che gli Stati Uniti stanno costruendo, le pattuglie che sorvegliano le entrate alla frontiera, il dramma del sentiero, le conseguenze della criminalizzazione degli immigranti, i decessi; ma altresì si fermano a indagare uno spazio di confine con la propria identità, uno spazio ibrido dove gli "atraversados" sono soggetti attivi del loro avvenire.

Due esempi di frontiera che curiosamente oggi, nel processo di globalizzazione in cui ci ritroviamo, sono il paradosso di questa metamorfosi di confine: "il paradosso di attraversare, della circolazione, del miscuglio materiale e della resistenza". Pandora riesce in questo modo a farci capire che possiamo entrare nel concetto di frontiera solo se lo consideriamo come la sinergia di un incontro.

IL CONCETTO DI MIGRAZIONE

Il collettivo Pandora si interroga sul movimento, la dislocazione e le conseguenze dell'immigrazione degli uomini e delle donne. Sparsi in diversi paesi, i fotografi ritraggono essere umani obbligati a lasciare la loro terra, a percorrere lunghe strade alla ricerca di un futuro migliore, a reinventarsi vivendo in un altro posto o nell'attesa, costante, di raggiungere i propri sogni. Uomini e donne la cui "Motherland" diventa in definitiva il centro della loro esistenza, per assenza.

In Africa, seguiamo il cammino a ritroso di migliaia di rifugiati Tutsi verso il Ruanda nel 1996, respiriamo la stanchezza di somali ed etiopi dopo la durissima traversata intrapresa verso lo Yemen e condividiamo per un attimo la vita dei senegalesi che sognano di raggiungere El Dorado.

Nel Sudamerica, scopriamo la realtà delle minoranze come quella degli afro-colombiani oppure quella degli Embera, che vivono al confine tra Panama e Colombia, o quella di migliaia di donne messicane che aspettano il ritorno dei loro mariti emigrati.

In Medio Oriente, osserviamo la quotidianità dei rifugiati afgani in Pakistan e di più di 4 milioni di rifugiati palestinesi che ci mostrano il loro nuovo focolare, le loro nuove vite.

Il fatto significativo, però, è che tutti questi movimenti migratori sono caratterizzati da un elemento comune: la "turbolenza". Le migrazioni nel nostro tempo non si possono analizzare più né possono essere comprese attraverso un solo approccio: quello economico, ad esempio. Oggi, i fattori che portano a questi spostamenti sono molteplici, e rispondono alle varie strategie individuali e comunitarie.

Perciò, queste serie fotografiche più che decifrare le cause dei movimenti migratori evidenziano il ruolo che i fotografi di Pandora svolgono come mediatori. Le immagini sono uno strumento di scambio e conducono verso l'incrocio, verso l'incontro con gli altri.

articolo pubblicato il: 23/09/2011

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