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storia
come schiavi nelle piantagioni

L'Australia, a differenza del Sudamerica e degli Stati Uniti, non rappresentava una meta di massa per l'emigrazione italiana del XIX secolo.

I primi ad arrivare furono alcuni missionari, tra i quali il padre benedettino Salvado che, al ritorno in Italia dalla missione di Nuova Norcia, nel 1851, scrisse un interessantissimo saggio sul continente australiano.

Ai benedettini seguì un mazziniano garibaldino, Raffaele Carboni, che giunse nel 1854, esule dopo la caduta della Repubblica Romana. Trovò un ambiente completamente diverso da quello che si aspettava, con un governo coloniale molto repressivo ed antidemocratico.

Francesco Sceusa, trapanese, perseguitato in Italia per le sue idee socialiste, giunse nel 1877 e tra mille difficoltà cercò di diffondere il suo credo politico. Andò meglio a Pietro Munari, operaio tessile di Schio, che riuscì nel 1890 a fondare il Partito Laburista Australiano.

La prima piccola comunità italiana d'Australia era composta di poche decine di persone, marinai pugliesi e siciliani che fondarono a Fremantle la prima vera industria ittica del continente.

La prova più dura la sopportarono 335 contadini veneti chiamati a sostituire nel Queensland gli schiavi malesi della tribù dei Kanakas nelle piantagioni di canna da zucchero. Il governo aveva dovuto sostituire gli schiavi (che ufficialmente tali non erano) in seguito alle proteste della parte più illuminata della popolazione e dette quindi il permesso di lavoro alle famiglie venete.

I 335 assunti lavoravano a cottimo, dall'alba al tramonto, tagliando le canne con il machete, dopo aver fatto fuggire con il fuoco serpenti, scorpioni e topi. Riuscirono a fondare la più importante comunità italiana del tempo, sopravvivendo non solo al duro lavoro nelle piantagioni, ma anche all'ostilità dei contadini australiani che chiedevano la loro espulsione.

L'ostilità della popolazione di origine inglese nei confronti degli italiani è durata fino al secondo dopoguerra, con campagne di stampa grossolanamente offensive nei riguardi della pulizia degli italiani o apocalittiche, come quando si parlò di invasione (di un continente!) per uno sbarco di poche centinaia di immigranti. Non mancarono le umiliazioni di ogni genere e gli insulti. "Dirty dago" (sporco latino) era l'epiteto più usato, quando gli italiani non erano "gratificati" di improperi come mafioso e assassino.

Durante la seconda guerra mondiale cinquemila italiani furono internati, con il conseguente abbandono delle loro attività. Furono i quindicimila prigionieri di guerra (su un totale di 18mila) che accettarono di lavorare nelle fattorie più sperdute a farsi apprezzare dai farmer per le loro capacità lavorative. Grazie ad essi nel dopoguerra si sviluppò verso l'Australia un notevole flusso migratorio, pienamente accettato dai nativi.

Oggi la comunità italiana in Australia (forte soprattutto a Melbourne) è pienamente partecipe della vita e della società del Paese.

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