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taccuino di viaggio
"Nel deserto algerino"

Spedizione in tenda e fuoristrada nell'Hoggar e Tassili N'Ajjer 7° giorno

di Sergio Gigliati

Spedizione in tenda e fuoristrada nell'Hoggar e Tassili N'Ajjer. 7° giorno
Alla scoperta delle meraviglie del deserto algerino, ai confini del mondo, dove inizia il nulla e si ha sempre l'impressione di essere in altre dimensioni. Tra dune e deserto, oasi e montagne, animali allo stato brado e piante spesso poco conosciute, con gli abitanti e padroni di questa parte del modo: i tuareg.
Continua il diario di viaggio della spedizione effettuata in tenda e fuoristrada nell'Hoggar e Tassili N'Ajjer : 7° giorno - Alidemmà - Tenerè - Erg Admer
Sveglia alle 5.30 dopo una notte agitata e insonne. Colazione abbondante. Si parte alle 7.10 per il Ténéré che attraverseremo in due tappe. A pranzo dovremmo essere nella zona di In-Effelleleh. Salutiamo l'arco di Alidemmà dove fotografiamo i nostri Tuareg sullo sfondo. Entriamo nel Ténéré alle 7.45: è il nulla. Dovremo procedere per circa 200 km in direzione sud-ovest.
Oggi ho chiesto a Djaba quanti anni avesse; lui crede di averne circa 45. Pensa di essere nato nel 1966 ma per il tuareg l'età è una nota insignificante. Sono le 9.30 quando nel deserto intravediamo uno dei segnali lasciati nel novembre 1960 dalla missione belga Berliet che traversò il Ténéré da Djanet a Fort Lamy. Di questi segnali, ci dicono, ce n'è uno ogni 5 km. Si cominciano a vedere in lontananza i monti Gautier. Li attraversiamo (abbiamo fatto ancora solo 90 km) e riprendiamo i bordi del Ténéré che fra poco diventerà Wadi Te-Fensesset. Sosta alle 11 presso una tomba islamica dove c'è un atélier a cielo aperto. Sono le 11 quando arriviamo nello Wadi Te-Fensesset. Qui intorno negli anni 50 c'era un aeroporto francese. Sullo sfondo si intravedono alte e maestose le bianche cime di Air-Kilia.
Lo Wadi che seguiamo è ora attraversato da una lunga fila di tamerici che ne segnano il tracciato. Djaba ci dice che nelle vicinanze ci deve essere una caserma di militari per il controllo del contrabbando e dei clandestini che salgono dal Niger. Ci fermiamo per una pausa presso un'enorme tamericio che cresce su un piccolo dosso fra i cespugli e dai quali esce improvvisamente una grande lepre: le jeep partono subito al suo inseguimento ma invano. E' velocissima e non aveva alcuna voglia di divenire parte del nostro pasto odierno. Ci fermiamo per il pranzo sotto un tamericio molto grande nei pressi del quale volteggia un falco. Trovo un corno di muflone che lascio a Paolo: lo vuole riportare a casa. Vabbè.
Pranzo con pasta fredda (da libidine) che A-Cli aveva cotto la sera prima e che condisce con tonno, cipolle, olive e peperoni. Divorata. Poi Paolo con grande maestria dà sfoggio dei suoi coltelli cimentandosi nel taglio di un grosso pezzo di prosciutto crudo che miracolosamente compare sulla tavola. Pausa caffè e tè mentre Paolo ripara (ago e filo) il suo sacco a pelo. Durante la giornata (e nei giorni prima) ha raccolto tutto quello che gli capitava di trovare: sassi, semi, fiori, eccetera. Ha addirittura riempito sei bottigliette, appositamente comprate e portate per l'occasione, della sabbia del deserto in tutti i vari Wadi che abbiamo incontrato. Non mi meraviglierei se avesse preso anche le palline di cacca di cammello.
Alle 14.30 si riparte verso Erg Admer. Per strada notiamo una duna molto grande con molte tombe circolari costruite nei pressi dove camminano cammelli allo stato brado. Più avanti c'è una superficie dove si è raccolta e sta stagnando una pozza di acqua e fango, rimasuglio della pioggia dei giorni scorsi. Rudi e Lucia entrano nel fango e si fanno un pediluvio. Proseguiamo e facciamo sosta su affioramenti di marmo bianco dove c'è un ennesimo atelier preistorico ricoperto da frammenti di vaso e schegge di selce lavorata. Arriviamo presso la base delle dune dove faremo il nostro campo. Durante una breve sosta comincia a uscire fumo dall'auto di Djaba: sono saltatati alcuni fusibili per il calore: per fortuna sono degli stop e delle luci di posizione. Dopo un'accurata ispezione per vedere se i danni sono più gravi riprendiamo il tragitto con la consapevolezza di essere in un ambiente immenso che si deve rispettare e del quale dobbiamo accettare i suoi umori imprevedibili.
Il campo lo facciamo sul suolo pieno di manufatti litici. Ci divertiamo fino al tramonto a cercare reperti e pezzi di vasi, amigdale ed altro. Gianna prima di cena ci parla dei Tuareg e dei loro usi. A-cli e Djaba cucinano il pane arabo sotto la sabbia con sopra la brace. E' un'arte vederli preparare la farina e dargli vita a forma di pane. La ciambella così ottenuta viene deposta su uno strato di sabbia e cenere e sopra di essa viene deposta la brace che era stata precedentemente preparata. Sicuramente il pane contiene un po' di "sabbia" ma è indubbiamente uno dei migliori pani che abbiamo mai mangiato.
Cena con pane, focaccia e prosciutto: poi serate intorno al fuoco con i Tuareg che ballano e suonano su tamburi improvvisati con latte di benzina. Noi da bravi turisti non perdiamo occasione di riprendere e fotografare il tutto. Lucia ci delizia con una danza improvvisata intorno al fuoco.
Storia Tuareg sugli asini.
Gli asini sono animali molto pazienti e i bambini approfittano di questa pazienza per far loro tanti dispetti.
È per questo che gli asini quando muoiono non vogliono andare in paradiso: perché ci sono molti bambini.

Oggi abbiamo percorso circa 310 km.

articolo pubblicato il: 20/09/2012

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