L'organizzazione delle Nazioni Unite deve essere riformata. Lo dicono tutti a quasi sessant'anni dalla sua fondazione perché non è in grado di rispondere alle esigenze di un mondo che è profondamente cambiato, perché non ha la forza di imporre la sua volontà agli Stati indisciplinati o peggio ribaldi, perché nata come patto tra nazioni libere, vincitrici della seconda guerra mondiale, si ritrova oggi come membri effettivi una quarantina di Paesi che sono retti e governati da regimi dittatoriali di tutte le estrazioni. Viste come stanno le cose, e non sono tra le più tranquillizzanti, si è pensato innanzi tutto di dare una rinfrescata al suo organo esecutivo, il Consiglio di Sicurezza. Le proposte di modifica sono diverse, ma tutte prevedono l'aumento del numero dei membri permanenti dagli attuali cinque, come se questo fosse il solo problema.
L'ipotesi sostenuta con forza dalla Germania che sembra aver dalla sua parte Giappone, India e Brasile i quali rappresenterebbero settori regionali distinti e non certo ben rappresentati all'ONU, avrebbe ottenuto una buona accoglienza in seno all'assemblea generale anche se manca di un quinto elemento che dovrebbe rappresentare il continente africano. Si fa in proposito il nome del Sudafrica, ma non è il solo. La proposta ha provocato, com'era da attendersi, la rivolta degli esclusi con in testa l'Italia, il Pakistan (la visita a Roma del suo presidente è un sintomo dello stato di tensione visti i rapporti di contrasto con l'India) e lo stesso Messico che ritiene di aver più diritti del Brasile per rappresentare l'America centromeridionale . La presenza della Germania nel Consiglio di Sicurezza a titolo permanente viene del resto contestata proprio sulla base della stessa proposta che vorrebbe in qualche modo dare più peso alle regioni geografiche, perché l'Europa è già ben rappresentata (Gran Bretagna e Francia) nello stesso Consiglio.
In realtà la controversia espone tutti i contendenti (Italia compresa) alla facile accusa che il vero obiettivo non è il rafforzamento del Consiglio di Sicurezza e quindi dell'ONU, ma il desiderio di contare di più. Aspettativa evanescente per tutti gli aspiranti perché il diritto di veto rimarrà pur sempre ai soliti cinque soci fondatori.
E allora si tratta soltanto di apparire di piu' e di mero nazionalismo, forse. Intanto tra Italia e Germania è gia' in corso una disputa al limite della diatriba tra i rispettivi ministri degli esteri, per ora solo con interviste sui giornali: il nostro Frattini ha presentato nel suo discorso all'assemblea generale la proposta di dare rappresentanza all'Europa con un seggio permanente per il ministro degli Esteri dell'Unione, un'istituzione prevista dalla nuova Costituzione in via di ratifica, proposta ragionevole che contrasta peraltro con la presenza dei due membri permanenti e con diritto di veto. L'antagonista tedesco non crede a tutto ciò e invita l'Italia a presentare una propria candidatura se ha la forza per sostenerla. E poi "vinca il migliore".
Fischer, cosi' si chiama il rappresentante di Berlino, gioca dunque pesante con la sua realpolitik e sembra tornare indietro di oltre un secolo quando il suo connazionale Bismarck , il cancelliere fondatore dell'impero tedesco, non aveva un'alta considerazione degli italiani. A suo avviso essi avevano "avuto appetito ancor prima di mettere i denti" e definiva la loro politica simile a quella di "uno sciacallo che segua il leone per sbranargli la preda". Allora si trattava di puro espansionismo e si puntava reciprocamente alle colonie.
Per fortuna di Frattini e di noi italiani Fischer non è Bismarck e soprattutto l'impero tedesco è finito nel '19 e per la seconda volta, catastroficamente, nel '45.