Bersani ha vinto; hanno vinto l'affidabilità, l'esperienza, la conoscenza degli apparati statali, la tranquillizzante bonomia, il coraggio di aver accettato la sfida. Eppure aleggia nell'aria un sentore di stantio, di aria pesante di ambienti mal aerati. La dichiarazione d'intenti fatta a risultati già palesi vorrebbe fugare questa impressione ma in realtà fa riemergere sulla sfondo la realtà di un apparato di partito centralista che impartisce gli ordini.
Il PD è nato dall'incontro di ex comunisti, ex democristiani, ex ulivisti ed altri provenienti da formazioni minori, ma con l'organizzazione territoriale radicata che apparteneva ai DS, ma prima al PDS e prima ancora al PCI. Questa organizzazione si è mossa con alacrità per la vittoria di Bersani, come si era mossa quando si trattò di scegliere il segretario del partito tra Franceschini e lo stesso Bersani. Gli ex comunisti, nell'immensa provincia italiana, si mossero compatti per far conseguire la vittoria al loro candidato, spalleggiati da Rosy Bindi che preferì schierarsi dalla parte del probabile vincitore invece di restare con il suo compagno di (ex) partito Franceschini.
La storia si è ripetuta anche stavolta, con Franceschini che ha preferito schierarsi con l'ex comunista ma probabile vincente Bersani invece che con il cattolico Renzi. La Bindi, infatti, era stata candidata senza convinzione contro Veltroni nelle primarie del 2008. Anche in quell'occasione c'era un comitato dei garanti come quello presieduto da Berlinguer che il due dicembre scorso non ha fatto votare decine di migliaia di potenziali elettori; il comitato di allora impedì a Pannella e Di Pietro di candidarsi, togliendo tutto lo smalto a primarie che vedevano lo "scontro" Veltroni-Bindi.
Il PD ha perso l'occasione storica di far vedere che gli ex comunisti non fanno più parte di una chiesa interna al partito e di presentare agli elettori delle prossime politiche un giovane lontano dal vecchio apparato. La Bindi già gongola pensando al suo blindatissimo seggio alla Camera e D'Alema ha chiosato che non candidarsi non vuol dire rinunciare a fare politica. Tradotto in soldoni, anche da ex parlamentare può guardare con orgogliosa sicurezza al suo prossimo rientro alla Farnesina.
Con il PDL in caduta libera ed il PD che nei sondaggi ha percentuali degasperiane D'Alema potrebbe addirittura pensare di fare lo sgambetto a Prodi e puntare al Quirinale; lo sgambetto, in un certo senso, già glielo fece una volta, quando andò a Palazzo Chigi al posto del professore.
Ma forse non tutti i giochi sono fatti. Se ci fossero veramente delle primarie del PDL e fossero vinte da una ragazza come Giorgia Meloni si potrebbe anche teoricamente ripetere la storia del '94. Allora democristiani e socialisti erano allo sbando ed Occhetto pensava di entrare a Palazzo Chigi a bordo della sua "gioiosa macchina da guerra". Sicuramente la Meloni non sarà candidata e Bersani avrà la strada tutta in discesa.
Si è comunque persa un'occasione per svecchiare la classe dirigente del PD e dare al paese un messaggio di gioventù e di speranza. La gerontocrazia sarà saldamente ancorata al potere se Bersani non tenterà di smantellarla, e quella gerontocrazia da molti cittadini è identificata con il vecchio apparato del PCI.
articolo pubblicato il: 03/12/2012