La vita e l'opera, l'azione e il pensiero sono in D'Annunzio un blocco solo. Tra gli scrittori, non ebbe uguali per varietà, spontaneità, originalità e tumultuoso impeto creativo. La sua vita e le sue opere sono come un'odissea. Un lungo vagare per mari aperti senza mai approdare ad alcun'isola di salvezza. Nell'ultimo suo libro, le ultime sue parole "Sono triste e infelice" hanno il sapore amaro di una confessione di fallimento.
Cominciò a poetare a dodici anni e, fino al 1890, produsse un'opera poetica degna d'attenzione che rivela e racchiude il suo primo periodo, quello dell'estetismo giovanile.
Figlio del suo tempo (vigeva il positivismo), ne assorbì le idee portanti.
La cosa più importante sono i sensi, altro che filosofia, astruserie di vecchie metafisiche, scrupoli d'una morale bigotta. La felicità copiosa e straripante, raffinata e tersa si fonda sui sensi. Come ai tempi del Rinascimento, ciò che conta è il sentire elegante, affinato, lucente, pregiato e magnifico. La devozione per il piacere che porta alla liturgia del culto del Piacere. Consapevole che alla fine della celebrazione, quando la passione amorosa ti entra fin nelle midolla e divora come fuoco sottile e distruttore tutta l'anima, resta un'immensa e oscura tristezza, nonostante ci si senta attratti verso una vita multipla e multiforme, vibrante e trascinante.
In D'Annunzio il tema del Superuomo affiora con tutta evidenza.
Noi sappiamo già cos'è la dottrina del Superuomo di Nietzsche, che sotto mentite spoglie e con modulazioni diverse, è apparsa e appare tuttora nella storia umana.
E' la più radicale condanna della civiltà cristiana occidentale, definita cultura di degenerati, eredità patologica di un popolo di schiavi come l'ebraico. Le virtù cristiane, le conquiste della scienza positiva, il progresso sociale delle democrazie, tutte tare di cui l'Occidente deve vergognarsi e da cui deve fuggire perché se ne viene intaccato è ineluttabile che se ne rammollisce il carattere, se ne spengono gli ardori, si spezza la volontà eroica dei pochi veramente grandi in cui si incarna la tavola dei veri valori, e ai quali tutto deve essere sacrificato. E' l'affermazione incondizionata dell'Io delle grandi personalità, i cui istinti vitali sono senza freni e al di sopra e contro ogni legge scientifica, morale o religiosa. Il Superuomo è Dio a se stesso. Non c'è nulla di veramente grande fuori o al di sopra di lui, e tutto e tutti, nel tempo e nello spazio, devono piegarsi avanti la sua altissima divina Maestà. La rinuncia al piacere, l'eguaglianza di tutti gli uomini, l'umiltà, la pietà, il perdono, la dolcezza, sono virtù degli imbecilli e l'eredità dei miserabili e dei pitocchi.
Questo fu il vangelo che D'Annunzio cercò di acclimatare fra noi. Naturalmente, Superuomo si ritiene il Poeta medesimo e, di conseguenza, esente dalla morale e dalle stupide credenze del popolo pecorone.
Oggi, comunque, più che questo D'Annunzio, si è d'accordo nel riconoscere il vero poeta in certe zone umbratili, velate, segrete dell'anima profonda e nostalgica. Se avesse dato ascolto alle voci del vero io, avrebbe capito che la forza autentica dell'uomo è nel dominio dello spirito sulla carne, ed è viltà e ipocrisia cedere all'impeto degli istinti bestiali.
Si provò in cento e cento imprese arrischiate, alcune anche lodevoli, ma, infine, non riuscì a risolvere né per sé, né per gli altri il problema di una vita anche solo degnamente e serenamente umana. La sua venturosa odissea nei campi dell'arte e della vita è stata senza approdo.