periodico di politica e cultura 11 giugno 2026   |   anno XXVI
direttore: Gabriele Martinelli - fondato il 1/12/01 - reg. Trib. di Roma n 559/02 - tutte le collaborazioni sono a titolo gratuito
archivio
Google

arte e mostre: al Museo Archeologico Regionale di Aosta

Grigory Gluckmann per la prima volta in Italia

di Michele De Luca

È un personaggio tutto da scoprire quello proposto dal Museo Archeologico Regionale di Aosta, Grigory Gluckmann (Polotsk, 1898 – Los Angeles, 1973) per la prima volta in Italia. Daria Jorioz, con questa rassegna propone un ulteriore protagonista di quel mondo dell’arte a cavallo fra Ottocento e Novecento, su cui il museo aostano nel corso degli anni sta indagando in maniera tutt’altro che prevedibile. La mostra curata insieme a Valeria Gorbova va ad indagare il pittore americano di origine bielorussa, affascinato profondamente dallo studio del Rinascimento italiano e dal mondo artistico e culturale francese del secondoOttocento. Nato nell’Impero Russo, nel 1917 si trova all’Accademia di Mosca in piena Rivoluzione d’ottobre. Ma già nel 1920 scappa a Berlino e nel 1924 arriva in Italia, meta agognata dagli artisti che volevano studiare la storia dell’arte. Arriva a Firenze e si appassiona alla pittura su tavola degli antichi maestri, a cui si applica con impegno. Si reca quindi a Parigi cuore dell’arte di quel periodo. Con la Seconda guerra mondiale giunge finalmente negli Stati Uniti.

Sempre nel 1924, Gluckmann si stabilì a Parigi, allora riconosciuto centro artistico internazionale. Il suo debutto parigino alla Galerie Druet attirò l’attenzione del pubblico e dei critici. Negli anni Venti e Trenta espose regolarmente nei maggiori saloni parigini, dal Salon des Tuileries al Salon d’Automne. Entrò a far parte del milieu artistico cosmopolita dell’École de Paris, una comunità composta in gran parte da artisti stranieri per i quali Parigi rappresentava libertà artistica e scambio culturale. Nel 1937 gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Salon di Parigi, uno dei riconoscimenti più significativi della sua carriera europea. Gli anni Trenta del XX secolo furono caratterizzati da un’intensa attività espositiva e da una crescente visibilità sulla scena artistica parigina: in quel periodo dipinse strade e caffè parigini, folle di abitanti della città e scene di vita urbana. In alcune composizioni raffigurò nudi femminili sensuali ed episodi della Parigi notturna. Due opere di questo ciclo, “Rêverie” (Due donne al caffè) e “Un angolo di Parigi” sono esposte in mostra.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo costrinse nuovamente all’esilio. Dopo un periodo nel sud della Francia, nel 1941 emigrò negli Stati Uniti con l’aiuto del violinista Jascha Heifetz, che sarebbe diventato uno dei suoi più importanti collezionisti. Si stabilì tra New York e Los Angeles, dividendo il suo tempo tra le due città. Nel 1945 ricevette il Watson F. Blair Prize dall’Art Institute of Chicago, nel 1948 fu nominato Respected Fellow della Royal Society of Art di Londra e nel 1968 divenne membro della Benjamin Franklin Society of Art. Dagli anni Quaranta fino ai primi anni Settanta rimase impegnato nell’attività artistica ed espositiva negli Stati Uniti. Grigory Gluckmann morì nel 1973. La sua carriera, che si estese tra Russia, Germania, Italia, Francia e Stati Uniti, riflette la storia più ampia dell’esilio artistico e della migrazione culturale del Novecento. Le sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private in Europa e negli Stati Uniti, e la sua eredità continua a essere oggetto di rilettura nel contesto della pittura figurativa moderna e della storia dell’arte dell’emigrazione.

Scrive ancora la curatrice: “È come se Grigory Gluckmann oscillasse continuamente tra passato e presente, inesorabilmente chiamato a guardare la bellezza dell’Antico ma desideroso di rielaborarla riconsegnandola a noi attraverso lo sguardo di un uomo del Novecento. Canta la donna come il Petrarca, in una poesia non priva di sacralità, poi ne decostruisce l’immagine e ne narra le contraddizioni e le fragilità come aveva fatto anni prima Henri de Toulouse-Lautrec.” Tra i suoi soggetti prediletti vi sono le scene di balletto che rinviano a Degas, dove le figure sono raffigurate con le loro fragilità interiori come in “Grandi aspettative”, “Sogni di domani” e “Prima apparizione”, opere che si possono ammirare lungo l’ammaliante allestimento della mostra. Nel trattamento del nudo femminile, Gluckmann si rifaceva alle tecniche degli antichi maestri. La materia preziosa e smaltata delle tavole dipinte rinvia alla tecnica ad olio su supporto ligneo dei maestri antichi, fatta di sovrapposizioni di sottilissimi impasti: una scelta che raggiunge esiti altissimi in un’opera della maturità assegnabile al periodo americano, dal titolo “Composition”, presente in mostra.

La sua è una pittura particolare, molto personale, coraggiosamente lontana dalle mode. La Jorioz scrive nel suo saggio in catalogo, pubblicato da Mandragora: “Le donne che abitano le sue tavole sono al contempo eteree creature del passato e figure contemporanee di raffinata complessità psicologica, per un verso archetipi di un tempo sospeso ma anche persone che percepiamo come reali, inserite in interni riconoscibili per quanto solo suggeriti”. Difficile inserirlo in un contesto, appiccicargli un’etichetta. Gluckmann è un libero battitore, innamorato della figura femminile che costruisce la sua pittura attraverso la metabolizzazione di quanto apprende nel suo personalissimo grand tour novecentesco. Corpo, mente, spirito si fondono in un unicum lirico, talvolta incorporeo.

Il percorso espositivo si compone di cinque sezioni tematiche: Caffè e interni, Infanzia, La danza, L’eco del classico e Frammenti di vita, accompagnando il visitatore a ripercorrere la vicenda umana e artistica di un pittore che sfugge alle classificazioni. La mostra, come ci dice l’Assessore all'Istruzione, Cultura e Politiche identitarie Erik Lavevaz, “riflette l’idea di intercettare la sensibilità di un pubblico eterogeneo. Siamo convinti che il pluralismo delle esperienze artistiche sia alla base di una società aperta e consapevole: per questo, lavorare per costruire un’offerta culturale plurale significa investire nella crescita della nostra comunità, consolidando un modello che si rivolge tanto ai valdostani quanto a chi visita la nostra regione, e si trova coinvolto in un contesto culturale composito e articolato”.

articolo pubblicato il: 23/05/2026

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
direttore responsabile: Gabriele Martinelli - grafica e layout: G. M. Martinelli
fondato il 1/12/2001 - reg. Trib. di Roma n 559 2002 - tutte le collaborazioni sono a titolo gratuito
cookie policy