attualità
incongruenze all'italiana
di T. Da Malacerna

La recente legge che ha liberalizzato la detenzione di alcuni tipi di arma rischia di rivelarsi il solito pasticcio all'italiana, il solito coacervo di controsensi di un Paese dove le leggi vengono talvolta emanate in modo approssimativo, pur cui sono necessarie successive disposizioni per l'interpretazione autentica o regolamenti di attuazione che spesso sono in contrasto con lo spirito della legge cui si riferiscono.
La legge, di armonizzazione con una direttiva europea, liberalizza le armi ad aria compressa con potenza inferiore a 7,5 joule, per le quali viene a cadere la definizione di armi comuni da sparo per ottenere quella di armi con modesta capacità offensiva. In pratica si torna indietro rispetto all'ormai lontano 1975 quando, per effetto della legge 110, migliaia di inoffensive Diana e Oklahoma furono inviate al Banco Nazionale di Prova di Brescia per essere munite di matricola (percorso inverso sarà fatto nei prossimi mesi per ottenere la punzonatura di potenza inferiore ai 7,5 joule).
Erano gli anni del terrorismo nascente e l'allora legislatore ritenne opportuno combatterlo costruendo una delle leggi più restrittive del mondo, più probabilmente simile a quelle dei regimi totalitari che non alle nazioni di radicata democrazia (in Svizzera, dove ogni cittadino maschio tiene in casa un'arma da guerra la percentuale degli omicidi con armi da fuoco è di 0,58 ogni 100.000 abitanti, a fronte di 1,66 della rigorosissima Italia). Ma, come scrisse Leonardo Sciascia nei Pugnalatori (cito a memoria) le leggi sulla denuncia di armi coinvolgono solo i cittadini perbene, perché i delinquenti le armi se le procurano come vogliono. I Pugnalatori è un libro ambientato nella turbolenta Palermo degli anni appena successivi all'annessione all'Italia e quindi nihil novi sub sole durante i cosiddetti anni di piombo di non lontana memoria. D'altronde è abitudine antica quella di catalogare le armi dei cittadini onesti. Durante lo Stato Pontificio gli ufficiali giudiziari, prima di procedere ad un pignoramento, verificavano il possesso di armi dell'insolvente; in tuguri dove a malapena esistevano un letto, un tavolo e qualche sedia (non pignorabili) solo un povero schioppetto a pietra rappresentava il superfluo e per di più non era nemmeno occultabile, perché regolarmente denunciato.
La nuova legge liberalizza anche la compravendita di repliche a un colpo di armi antiche mentre, passando da un ramo all'altro del Parlamento, è andato letteralmente perduto l'articolo che liberalizzava la detenzione di armi antiche. Si tratta di una incongruenza macroscopica, che dimostra come il legislatore a volte voti senza essersi doverosamente documentato sul problema. Chi possiede un pezzo di antiquariato non si sogna lontanamente di spararci, con il fondato rischio di farlo esplodere, sia per l'intrinseca vetustà che a causa della notevole potenza delle polveri moderne. Le repliche, settore in cui l'industria armiera italiana è ai primissimi posti nel mondo (non voglio pensare che ci sia lo zampino di una lobby), sono armi perfettamente funzionanti e nulla vieta ad un cittadino maggiorenne munito della sola carta di identità di comprare la replica di uno Springfield della guerra di Secessione con cui bucare da parte a parte una suocera petulante.
Così vanno le cose in Italia. Quando un deputato, molti anni fa, propose ed ottenne di abolire il certificato di buona condotta, scrisse un articolato di legge che lo aboliva per gli impiegati statali, credendo in buona fede che solo per loro fosse necessario; per molti anni a seguire (probabilmente a tutt'oggi) l'ufficiale di stato civile si è immischiato nei fatti degli altri quando si trattava di rilasciare un certificato di buona condotta per il rilascio del porto d'armi...