
cultura
Scrivere oggi, a sessantacinque anni dalla morte, di Ramón del Valle-Inclán, non è un'operazione gratuita. Mentre assistiamo al ritorno, ad ogni stagione teatrale, sulle scene italiane delle opere di Lorca, Valle-Inclán resta quasi del tutto sconosciuto al pubblico italiano. Eppure quest'ultimo ci ha lasciato opere fra le più significative del teatro spagnolo del novecento. Non si deve far torto ai capicomici italiani, accusandoli di scarsa sensibilità, dato che anche in patria le opere della maturità di Valle-Inclán sono state lasciate nel dimenticatoio fino agli inizi degli anni sessanta. Ma non vanno condannati nemmeno gli impresari spagnoli suoi contemporanei che evitarono di mettere in scena i suoi esperpentos, difficilmente rappresentabili e lontanissimi dalle altre opere valleinclanesche, popolate di abati, dolci signore, ladroni da operetta e ambientate in giardini da fiaba. Perché esistono due Valle-Inclán: lo scrittore estetizzante che amava attribuire le sue opere ad un inesistente marchese di Bradomín e il suo successore, il vecchio iracondo dalla barba caprina che perse un braccio durante uno dei suoi frequenti litigi nelle caffetterie di Madrid e che scrisse opere di rusticana violenza come Divine parole ed esperpentos carichi di amaro sarcasmo, come Luci di Bohème. In questo che è il suo capolavoro il protagonista Max Estrella ricalca molto l'autore, anche se l'opera parte da un fatto di cronaca realmente accaduto, la morte dello scrittore Alejandro Sawa, impazzito dalla disperazione dopo essere stato esonerato da una collaborazione di poche pesetas con un giornale madrileno.
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