cultura
di Giotto ce n'è uno solo
di Luigi Simonetta

Una decina di anni fa un gruppo di critici ed esperti d'arte e di restauro, capeggiati da Federico Zeri, sostenne che gli affreschi della basilica superiore di Assisi dedicati alle Storie di San Francesco, non dovevano considerarsi opera di Giotto se non in piccola parte, ma dovevano invece essere attribuiti principalmente ad una ipotetica "scuola romana", tra i cui rappresentanti si faceva il nome del Cavallini autore, tra l'altro, degli affreschi rimasti nel convento di Santa Cecilia in Trastevere.
Si disse allora che rimaneva sicuramente da ascrivere a Giotto il ciclo della cappella degli Scrovegni, a Padova, ed era da ritenersi comunque il suo capolavoro.
In occasione della riapertura della cappella padovana, dopo i restauri appena terminati, Bruno Zanardi, in un articolo apparso su "Il Sole 24ore" di domenica 17 marzo 2002, intitolato "Non solo Giotto agli Scrovegni", avanza alcune nuove ipotesi di attribuzione del ciclo, sostenendo che esso non sarebbe opera del solo Giotto e che il suo contributo personale al ciclo non sarebbe comunque individuabile con certezza.
Con il medesimo articolo lo Zanardi conferma che il ciclo delle Storie di San Francesco in Assisi appare adesso ancor più lontano dallo stile "giottesco" configurabile attraverso una più attenta lettura della cappella di Padova. Sarebbero, a questo punto, da ritenersi sicuramente di mano di Giotto soltanto gli affreschi della cappella della Basilica inferiore di San Francesco, ad Assisi, che tra l'altro (diciamo noi) sono di difficile e non perfetta visibilità. Così la demolizione della figura di Giotto è praticamente compiuta
Che ogni tanto si debbano fare nuove ipotesi nella lettura di importanti opere della storia dell'arte è cosa giusta ed anche opportuna. Ma che per questa via si arrivi in pochi anni a demolire la fama di uno dei più grandi artisti di tutte le epoche appare davvero forzato e, mi si consenta di dire, si tratta di una forzatura fatta con una punta di protagonismo.
Prendiamo gli affreschi delle Storie di San Francesco. E' abbastanza vero che ci sono delle differenze stilistiche fra questo ciclo e gli altri abitualmente attribuiti a Giotto. Nondimeno, le opere consuetamente attribuite a Giotto, tra le altre dipinte in quel periodo, rimangono di gran lunga le più vicine agli affreschi delle Storie. Soltanto una forzatura basata su ipotesi indimostrabili con i testi pittorici esistenti consente di attribuire al Cavallini (che non fu mai un realista) parti importanti degli affreschi di San Francesco, dove si manifesta invece per la prima volta uno straordinaria attenzione alla vita in tutti i suoi aspetti, anche distanti dal solenne e dal sacro.
Ma poi, possiamo chiederci, che cosa fa di Giotto un artista profondamente originale? Credo si possa dire che Giotto è un inventore di "situazioni" dove l'interdipendenza tra ambienti e personaggi consente a questi ultimi di viverci di vita propria, portandosi dietro tutti i loro sentimenti, le loro opinioni, le loro fedi.
Dove, se non negli affreschi delle Storie di San Francesco, come in quelli di Padova, troviamo una così vasta gamma di espressioni facciali? Dove una così profonda verità dei gesti?
Se non Giotto, chi può avere ideato il ciclo francescano e tanti particolari del tutto innovativi che vi compaiono? Si pensi al cavallo che bruca l'erba ed al grande paesaggio collinoso nell'affresco del Santo che dona il suo mantello. Si pensi alla famosa figura dell'assetato nel "Miracolo della fonte", alla croce vista "da tergo" nell'affresco del "Presepe di Greccio" e, ancor più, alla straordinaria immagine proto-surrealiasta del santo che regge con la spalla la chiesa cadente nel "Sogno di Papa Innocenzo III°". E questi sono soltanto alcuni esempi
Del resto, a Parigi esiste una pala firmata da Giotto raffigurante "San Francesco che riceve le stimmate" avvicinabile in modo inequivocabile all'immagine col medesimo soggetto negli affreschi di Assisi. E in questa pala, sotto la grande figura del Santo, si trova una predella con tre immagini prese quasi di peso dagli affreschi di Assisi. Una è, per l'appunto, quella del Santo che regge la chiesa e un'altra raffigura la predica agli uccelli e la terza la conferma della regola francescana. Se non bastasse, si potrebbe fare riferimento agli affreschi giotteschi in Santa Croce a Firenze in due distinte cappelle, di cui una rappresenta scene della vita di San Francesco riconducibili anch'esse al ciclo di Assisi in modo piuttosto preciso, benché l'ambientazione sia divenuta qui molto meno "gotica". Basta pensare alla figura del padre di Francesco che reagisce con rabbia alla svestizione del figlio nella scena della "Rinuncia agli averi": sembra proprio la stessa persona che si vede negli affreschi di Assisi.
Certo qualcosa cambia stilisticamente tra un ciclo e l'altro, ma Giotto ha dipinto ininterrottamente per vari decenni e, in quel periodo, avrà pur avuto un'evoluzione stilistica Se così non fosse si dovrebbe arrivare alla conclusione opposta che Giotto era un imitatore di artisti meno noti di lui!
Passando agli Scrovegni, è abbastanza ovvio che in un ciclo di quella portata si possano individuare mani diverse ma l'unità del tutto balza agli occhi del visitatore. Allora poco importa se dei quattro apostoli ai lati del Cristo siano letteralmente di mano di Giotto i due apostoli più vicini a lui o quelli più esterni. Quel che importa è che Giotto ne abbia fornito il disegno e sorvegliato l'esecuzione, magari intervenendo ad "aggiustare" qualche particolare che l'allievo aveva malamente dipinto... E non si venga a dire che non si sa che cosa abbia dipinto davvero Giotto nella cappella. Non avrà dipinto tutto, ma certamente gran parte del ciclo è materialmente opera sua. Giotto era un grande artista che ha passato la vita a dipingere e non un capomastro che dirigeva l'opera di altri.
Chi altro può aver dipinto quell' "Invidia" alla quale la lingua si ritorce contro in guisa di serpente, l' "Ira" che si squarcia le vesti sul petto, gli angioletti disperati che svolazzano sul Cristo morto, il pastore dalla veste e dal cappello triangolari che assiste all'annuncio degli angeli al patriarca Gioacchino, mentre quest'ultimo sonnecchia accoccolato entro una "forma" che dopo un paio di secoli diventerà accademia
Le grandi opere hanno sempre un contenuto innovativo che non si riscontra in quelle dei collaboratori e degli epigoni. Di Giotto ce ne può essere stato uno solo, così come c'è un solo Dante. Se qualcun altro ha compiuto, in quell'epoca, quella rivoluzione dell'arte verso un nuovo e potente realismo e simbolismo, ebbene Giotto sarà lui anche se noi, finora, lo abbiamo conosciuto con quel nome. Ma non si venga a parlare di "scuole romane" e di "cantieri" dove avrebbero lavorato tanti piccoli giottini, senza la potente mano di un regista inventore, ed anche esecutore delle parti più importanti dell'opera.