
teatro
L'Associazione Culturale Teatri&Culture
presenta
con (in ordine di apparizione)
Giuliana Meli (Matilde), Andrea Cannucciari (Osvaldo), Francesca Del Vicario (Alice) Valter Venturelli (Signor G.), Manuel Diaz, Vincenzo Musmanno (gli addetti) Francesca Del Vicario (la suocera)
Nel neonato Teatro Antigone di Testaccio va in scena "Cena con vertebra" di Franca Zucca, per la regia di Carlo Dilonardo. Una commedia grottesca, esilarante, che, tra ironia e assurdo, pone l'attenzione sulle dolcezze e i tormenti del rapporto genitore-figlio. Osvaldo, colto da un momento di infinito amore per il povero padre deceduto da molto tempo, all'atto della compattazione viene spinto da una irrefrenabile voglia di tenerlo ancora accanto, tanto da riuscire a rubare una sua vertebra. Ma poi...che farsene? Padri assenti (in vita e 'post mortem')...e madri approssimative segnano le vicissitudini di questi due ex-coniugi alle prese con la non facile ri-collocazione di una vertebra paterna trafugata dal cimitero a scopo 'esami genetici'. Un 'osso' può ri-prendere "vita" attraverso il desiderio inappagato di 'corporeità' e affetto di chi...c'è, nei confronti di chi ormai 'non è più' - in una sorta di rentrée onirica...compensatoria(?) degli scarti di sofferenza adolescenziale (a tratti atroce), sia pure condita nel linguaggio, qua e là, di incolpevole (si spera) vena comica. La drammaturgia non si rispecchia pedissequamente nel testo messo in scena, per sottrazione, in quest'ultimo, di alcuni elementi drammaturgici presenti nell'opera originaria, e per "ritocchi" sparsi sulla lingua della voce dei personaggi. Si focalizza l'attenzione sull'analisi dei rapporti famigliari, messa in risalto da meccanismi surreali o, per meglio dire, su-reali, cioè "sopra" la realtà delle cose, "sopra" la superficie rispetto a quello che di "reale" è nascosto nel profondo di ciascuno. Ho cercato di realizzare questa messa in scena attraverso una linea grottesca che come è noto sfocia fisiologicamente nell'assurdo, un assurdo che agli occhi dello spettatore diventa paradosso: l'infinito amore per il padre "regala" al protagonista un raptus che lo porta a rubare una vertebra al genitore defunto, al momento della compattazione di quest'ultimo. L'atto in sé può essere considerato una profanazione, una follia ma agli occhi del protagonista e, probabilmente di qualche spettatore presente in sala, appare solamente un gesto di infinito amore per un caro estinto. Fin qui l'aspetto poetico e narrativo. Ma una volta rubata la vertebra, che farsene? Come e a chi restituirla? Lo vedrete... TEATRO ANTIGONE
articolo pubblicato il: 03/02/2011 |