editoriale
scenari di guerra
di Piero Pastoretto

Tratteggiare un profilo degli attuali scenari internazionali sta diventando sempre più difficile, dal momento che si corre il rischio di scrivere oggi delle note che quando verranno diffuse saranno già del tutto smentite. Insomma, per usare un'antica espressione militare e diplomatica, la situazione è fluida e nel paradiso dei filosofi Parmenide è svergognato da Eraclito con il suo panta rei.

Per circa un anno la Santa Alleanza globale e trasversale contro il terrorismo (trasversale su tutto: dalle ideologie professate dai vari Stati alle posizioni politiche assunte negli anni precedenti; trasversale persino alle religioni, dal momento che anche alcuni paesi musulmani hanno dichiarato di aderirvi), ci aveva abituato a due tipi di operazioni: quelle segrete dell'intelligence, di cui ovviamente non si sa nulla tranne che in occasione di qualche arresto eccellente, e quelle militari in Afghanistan, di cui si sa soltanto ciò che gli Stati Maggiori impegnati vogliono diffondere. In particolare, gli analisti militari ci avevano informato che le guerre dei prossimi anni sarebbero state "asimmetriche", cioè contro una "base" (Al Qaeda questo vuol dire in arabo) che è un non-stato ed ha un non-esercito, e che quindi può essere affrontata soltanto con una non-guerra tradizionale.

Gli analisti invece si sbagliavano, perché in estate è tornata a fruttificare la crisi irakena, con più o meno gli stessi attori della precedente del '91: il truculento Saddam, Bush Junior, ma sempre un Bush, e le Nazioni Unite. Sono cambiate però le quinte dello scenario del dramma: l'Irak si barcamena tra promesse ed irrigidimenti; l'ONU tentenna; gli Stati arabi (tranne il Qatar), a causa dall'integralismo interno, pure; la Turchia è contraria per timore che la scomparsa di Saddam porti alla creazione di un Kurdistan libero in Irak che immediatamente sosterrebbe la causa del suo movimento curdo interno; la Nato latita e la Russia punta i piedi; l'Europa invece o è contraria o nicchia, e vi è persino un ministro tedesco che si mette a paragonare il texano Bush al boemo Hitler. Soltanto Blair e Shalom, fino a questo momento, applaudono a scena aperta.

Comunque vadano però le cose, se dovesse mai scoppiare un conflitto in Irak si tratterà di una bella guerra simmetrica old style, e non di una guerra contro delle "teste di straccio" talebane. Una guerra in cui si promette da parte del Pentagono la non modesta cifra di 250.000 combattenti angloamericani (a mio avviso un po' troppo alta, ma è sempre meglio impressionare il nemico), oltre al consueto faraonico spiegamento aereo ed alle solite operazioni devastanti (ma fino a che punto?) delle truppe speciali.

Quando e se la guerra scoppierà non oso prevederlo, e non voglio perciò fare una brutta figura. Posso solo azzardare quali saranno i segni premonitori. Poiché gli Stati Uniti non hanno disponibilità di numerosi ed attrezzati aeroporti vicini al teatro di operazioni, in linea di massima dovranno ricorrere alla medesima strategia del from the sea to land adottata in Afghanistan. Far partire i primi massicci attacchi dalle loro portaerei in acque internazionali per una proiezione di forza verso l'interno. Sono ormai da parecchi anni che essi hanno addestrato i loro equipaggi a questo nuovo impiego delle loro carrier, le quali non hanno più alcun rivale sui mari e sono adesso pensate essenzialmente per attacchi su obiettivi terrestri. Quando il pubblico sarà informato che nel golfo si concentreranno almeno tre portaerei nucleari ed una portaerei più vecchia (magari la Kitty Hawck) che imbarca però elicotteri d'attacco e da trasporto; quando saprà che accanto alle task force delle portaerei saranno schierate le navi che trasportano i MEU dei Marines (Marines Expeditionary Unit) insieme ad unità armate di missili tomawak ed a sottomarini nucleari, allora potrà essere certo che l'ora è vicina. I wing imbarcati e riforniti in volo per prolungare le missioni incominceranno a scatenare una tempesta di fuoco, supportati dai bombardamenti strategici degli F17 Stealth, dei B52 e dei B1 e dalle salve dei missili da crociera. In seguito sbarcheranno le truppe speciali dagli elicotteri della quarta portaerei e dalle unità dei Marines che creeranno zone di sicurezza ed appresteranno piste per l'atterraggio di ulteriori forze aeree per l'appoggio tattico. Solo a quel punto dovrebbero entrare in azione le truppe terrestri, probabilmente partendo dal Kuwait e dal Qatar.

Tutto ciò, naturalmente, se l'intera questione non si rivelerà una gigantesca bolla di fumo e non se ne farà più nulla.