
teatro
PALAZZO SANTA CHIARA
E. M. FORSTER
Elio PANDOLFI, voce recitante
vMarco SCOLASTRA, pianoforte
«Credo fosse nel maggio del 1902 quando feci una passeggiata nei pressi di Ravello» annota E. M. Forster. Infatti, lo scrittore inglese e sua madre Lily si recarono in vacanza a Ravello, ospiti della Pensione Palumbo, in una camera che aveva "una vista splendida" (non dimentichiamo che Forster è tra gli scrittori anglosassoni più obsessed dalla vista). Il giovane Morgan rimane affascinato dall'atmosfera e dal luogo, così tanto da scrivere The story of a panic, Storia di un panico. «Mi sedetti in una valle, a poche miglia dal paesino e, d'un tratto, il primo capitolo di un racconto mi invase la mente come se stesse aspettando in quel posto proprio me. L'ho preso e sono scappato in albergo dove l'ho scritto immediatamente.» Il racconto venne pubblicato in Gran Bretagna solo nel 1911 suscitando - come temeva l'autore - la reazione negativa della madre che, dopo averlo letto, svenne e le ci vollero diversi giorni per riprendersi. Motivo per cui, il racconto subì una battuta d'arresto a livello di pubblicazioni; e Forster cercò, in seguito, sempre di nascondere la sua omosessualità sia nella vita che nella produzione letteraria. Il legame tra E. M. Forster e il genius loci ravellese è speciale. Non si tratta solo di ispirazione creativa ma di identificazione erotica. In altre parole, Ravello è stato per Forster il suo spartiacque sessuale. Il Sud dell'Italia ha dato il via a quel lento processo di conoscenza del suo vero essere, ossia di auto-conoscenza; e i suoi romanzi hanno portato a compimento tale processo. Non è dunque un azzardo sostenere che senza quell'aiuto, Forster avrebbe impiegato molto più tempo a intraprendere un percorso di conoscenza di se stesso e sarebbe stato, probabilmente, uno scrittore meno precoce di quanto sia stato. Il Sud con le sue immagini, i colori, la carnagione brunita dal sole, ha rivelato allo scrittore inglese - e a numerosi suoi compatrioti artisti e intellettuali - la forza della sensualità, come scoperta del sé e come coraggio di vivere i propri sentimenti. Storia di un panico va intesa come il racconto di una iniziazione, è senza dubbio uno scritto "coraggioso" per i contenuti allusivi che strizzano l'occhio al pubblico che si trova immerso in un'atmosfera mitica e al contempo realistica. La lettura interpretativa di Elio Pandolfi di Storia di un panico ricrea tale atmosfera; gli intermezzi musicali del maestro Marco Scolastra - che esegue anche brani di Edward William Elgar e Benjamin Britten - contribuiscono alla creazione di una performance originale, briosa e sognante. SINOSSI
PALAZZO SANTA CHIARA
ELIO PANDOLFI voce recitante
Le Vispe Terese
vdi LUCIANO CICIONI
L'autore, Luciano Cicioni, di mestiere fa l'avvocato. E di certo Cicioni avrà la maturità classica. Di certo terrà, in casa, scaffali di libri letti; non soltanto, nello studio legale, quelle severe, inquietanti teorie di dorsi zeppi di leggi, teorie, sentenze. Quanti bei nomi di "esercenti" l'attività legale fan parte della letteratura italiana. Cicioni, è bene dirlo, sta vincendo la sua sfida con le parole e la versificazione, e se è vero che barthesianamente "testo vuol dire tessuto", il suo telaio lavora trame di grande abilità, che rivelano capacità mimetiche calibrate, non sul filo del travestimento satirico o burlesco, ma sul registro di una transcodificazione ironica e sofisticata. A Cicioni non interessa tanto, come nel classico crudele Paolo Vita-Finzi o nel trasgressivo Michele Serra, misurarsi - oltre che sul contesto stilistico - nei contenuti per così dire ideologici, quanto entrare nella pelle linguistica dell'altro. Non lo stimola troppo la versione caricaturale. Ama di più la creazione di un sosia, quella che Bachtin definisce "l'affermazione di un mondo alla rovescia", che poi è la cifra della parodia. Dunque ecco nascere dalla costola di Luigi Sailer trentuno Vispe Terese, in carne ed ossa poetiche, credibili. E così la celeberrima filastrocca, appena un rigo sopra l'insensatezza dei limericks nonsente di David Lear, rivive su latitudini impensate e grazie a impervie, e riuscite, sperimentazioni. E' proprio vero che l'imitazione è la miglior forma di lusinga e di stima. articolo pubblicato il: 28/02/2012 |