
opinioni e commenti Si fa un gran parlare in queste settimane, ed è giusto, della proposta di riforma costituzionale che attribuisce alle regioni ampi poteri (ma non è ancora chiaro quanto ampi) sulla polizia, sanità e scuola. Gli anti devoluzionisti a quest'ultimo proposito avanzano una riserva paventando una sorta di micro esplosione del sistema scolastico statale con la nascita di significative differenze tra le scuole locali, ed insomma la rottura dell'unità della cultura e del sapere nazionali. Il che sarebbe l'esatto contrario di quanto si fece nel XIX secolo quando, a Risorgimento parzialmente compiuto nel 1861, si cercò per prima cosa questa unità di programmi soprattutto attraverso la letteratura e la storia per favorire, in virtù del sistema scolastico e universitario, il consolidamento della coscienza patria, che ancora non esisteva o non era perfettamente formata. Ora, a parte il fatto che tale coscienza, nonostante gli sforzi ammirevoli del presidente Ciampi, è ancora lungi dall'essere viva e reale nel popolo italiano dopo la confusione tra nazionalismo e fascismo sorta all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale e la forte influenza di un certo internazionalismo di sinistra culturalmente affiancato all'ecumenismo cattolico, bisogna dire che l'attuale scuola italiana, ancorché non devoluzionista, a differenza di quella straniera manca completamente a questo compito, ammesso che continui ad essere un compito della scuola quello di formare, tra l'altro, l'identità nazionale della società. La materia principe a cui dovrebbe essere affidato questo scopo è indubbiamente la storia, che infatti non per nulla in Europa divenne disciplina di studio obbligatorio all'epoca dei risorgimenti ottocenteschi. Ma i programmi di storia italiani soffrono di un male antico e di un male recente. Quello più antico è che l'impalcatura dello studio della storia vuol essere universale ed onnicomprensiva, affrontando tutti i periodi e le civiltà dal paleolitico agli anni contemporanei. Il che contiene due difetti: il primo è quello che non si può far tutto se non superficialmente, e comunque ne esce un sapere disperso e mnemonico; il secondo è che gli argomenti riguardanti la storia nazionale vengono necessariamente compressi, diluiti nel mare magnum delle nozioni, e comunque sottovalutati dall'attenzione degli studenti. Il male più recente è costituito da una circolare del ministro Berlinguer, che risale al 1996, con la quale si riordinavano i programmi di storia della secondaria superiore in maniera che l'ultimo anno di studio fosse dedicato interamente al '900. Lodevole iniziativa secondo alcuni, poiché il XX secolo veniva spesso abbandonato alla fine della seconda Guerra Mondiale: ma a quale prezzo tutto ciò? Vediamo come erano disposti i periodi secondo la circolare. Nel I anno dal paleolitico alla fine della Repubblica romana: 20.000 anni di storia nei quali venivano affogati i 753 anni di Roma e la storia della Grecia, la cui civiltà è la culla della nostra. II anno: dall'Impero al 1350 circa. Quasi un millennio e mezzo, in cui si disperde il periodo importantissimo per l'Italia del Medioevo. III anno: dal 1350 al 1648. IV anno: dalla conclusione della guerra dei Trent'anni al '900. Il V anno, come già detto, il solo XX secolo. Ora, se le radici culturali della nazione italiana per giudizio unanime vanno ricercate nella civiltà romana, medievale, rinascimentale e nel Risorgimento, è difficile escogitare una suddivisione dei programmi più dannosa per gli studenti di quella attuale. Tuttavia i danni dei nuovi programmi non consistono soltanto nella mortificazione della storia culturale e politica del popolo italiano, ma sono anche di natura didattica soprattutto per il liceo classico che, allo studio del greco e del latino, dovrebbe unire la conoscenza dettagliata di quelle civiltà per agevolare la comprensione e l'apprendimento delle loro lingue: il che ora non può certo avvenire. Inoltre, e non è un particolare trascurabile, con l'attuale riordino dei programmi di storia del triennio scompare la sincronicità degli argomenti con le altre discipline come l'italiano. Prendiamo come esempio soltanto la terza annualità: il docente di lettere affronta il preromanticismo mentre la storia tratta l'ambiente culturale del pieno decadentismo di un secolo dopo. E la medesima cosa vale per filosofia, dove il docente insegnerà in seconda il movimento dell'Internazionale socialista, mentre farà Marx l'anno successivo. Cosa possono comprendere i giovani con una simile sfasatura temporale è fin troppo evidente.
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