
spettacolo
E' impegnativo parlare del film "la meglio gioventù": lo è per la durata (sei ore di proiezione divise in due parti); lo è per l'ambizione di voler raccontare, attraverso i destini dei componenti di una famiglia italiana, le vicende italiane degli ultimi quarant'anni (l'esser giovani nel '66 andando alla scoperta del mito Scandinavo; l'alluvione di Firenze, la partita Italia -Corea del '66 e Italia-Germania del '70; la lotta alla mafia, l'autunno caldo ed il terrorismo; tangentopoli e l'inquinamento industriale; la crisi della FIAT ed infine il tempo del benessere con relativo casale da ristrutturare). E' impegnativo sopratutto perché tante cose ti restano dentro e non riesci a capire come mai sei ore ti sono parse poche e vorresti stare ancora insieme a Nicola, Matteo, Giulia, Adriana, Mirella, Carlo,... una sensazione sicuramente presente in coloro che quel periodo lo hanno vissuto ma anche, ne sono convinto, nei più giovani. Il motivo è presto detto: noi non abbiamo assistito ad un sunto degli ultimi decenni della storia d'Italia dove le vite private di una famiglia fungono da puro collante e da specchio su cui tali vicende si riflettono, ma è vero il contrario: ci siamo trovati di fronte a personaggi veri (come non lo sono stati da molto tempo nei film italiani) che ci appassionano e ci coinvolgono. Potremmo arrivare a dire che è la vicenda umana e sentimentale dei protagonisti a costituire il cuore pulsante del film e che questa potrebbe benissimo essere la ragion d'essere dell'opera, senza il necessario riferimento alla cronaca Italiana, se non in una funzione puramente strumentale per scandire il tempo che passa.
Questo non vuol dire che tutti trovano quel che cercano, ma lo cercano senza sosta. Da questo punto di vista la figura più tragica è quella di Matteo, brillante universitario che vorrebbe intorno a sé un mondo giusto ed ordinato (per questo sceglie il mestiere del poliziotto) ma il mondo non è né giusto né ordinato e lui, non potendo o non volendo aprirsi alla comprensione dell'umanità misera e dolente che sta intorno a lui, non trova altra soluzione che cercare un ordine puramente formale, rispettato con violenza, verso gli altri e verso sé stesso. Nicola parte da una visione opposta: è convinto che l'umanità vada cambiata dal di dentro: con pazienza e comprensione, come quando cerca di per riportare equilibrio e serenità in quei malati di mente che sono stati affidati alle sue cure.
Un' ultimo accenno alla madre, interpretata mirabilmente da Adriana Asti. Una madre apparentemente in secondo piano, dolce e serena ma in realtà la vera spina dorsale della famiglia. I figli, ormai grandi, ricordano ancora i suoi insegnamenti (Adriana è un'insegnante di scuola media) che hanno forgiato la loro cultura ma sopratutto ha impresso in loro quel loro modo di vivere la vita con impegno. Essa è anche vera mater dolorosa (in una scena mirabile), quando il lutto colpisce la famiglia e i figli la circondano di affetto accorato. Tullio Giordana ha diretto magistralmente gli attori, tutti bravissimi, ottima la fotografia, piena di suggestioni la colonna sonora. Imponente la sceneggiatura di Rulli e Petraglia che solo qualche volta cede in ovvietà quando è costretta a spiegare il contesto storico. La seconda parte non porta grandi novità rispetto alla prima , dove tutti i personaggi ed i principali avvenimenti sono stati impostati. Ma tutto questo può venir trascurato; possiamo senz'altro pronunciare la parola fatidica: si tratta di un capolavoro. Un' ultima annotazione, tutta personale: grazie, Tullio Giordana, per aver reso di nuovo affascinanti i personaggi positivi
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