
copertina Anita e Giuseppe, una coppia innamorata? No, una coppia che ha saputo e voluto sublimare l’innamoramento in una dimensione altra, fatta di ideali, di alti progetti, forse velleitari, alimentati da convinzioni libertarie, rivoluzionarie, ecumeniche nei confronti dell’uomo in quanto entità unica ed irripetibile. Sullo sfondo di battaglie, di privazioni, di sofferenze, di solitudine, si staglia su tutto e tutti una donna forte, coraggiosa, audace. Si colloca a buon diritto a fianco di tante donne, che non hanno fatto la storia, ma hanno contribuito a farla. E si annovera nell’empireo delle donne forti che popolano il mondo dell’opera lirica, senza sfigurare a fianco di Carmen, Tosca, Cho Cho San, Turandot… Chiunque abbia minimamente frequentato la scuola e abbia studiato minimamente la nostra storia risorgimentale, ha incontrato Anita. Ma la sua figura è sempre stata legata strettamente a quella di Garibaldi, l’eroe per eccellenza del nostro Risorgimento e dei due Mondi. Ma gli studi, gli approfondimenti hanno fatto emergere una realtà che la fa vivere di luce propria. In un momento storico in cui la confusione tra i generi regna sovrana, Anita è donna, madre, amante appassionata, che è stata capace di abbandonare la propria patria per inseguire i propri sogni. Il ricordo di lei è legato soprattutto alla Romagna, dove ancora, ogni anno, il 4 agosto rivive nei vari eventi costruiti attorno a lei. Fuggiti precipitosamente da Roma, inseguiti dai papalini, furono accolti da una famiglia di contadini che dette loro rifugio, ma Anita, gravemente malata, morì il 4 agosto 1849. La stanza che l’aveva ospitata è rimasta tale quale, tanto da diventare un museo, meta di tanti che ancora oggi sono legati a quelle vicende. Non solo la morte, ma anche la sepoltura fu rocambolesca. Andrea Stanisci, il regista, è partito proprio dalla sepoltura approssimativa di Anita, da un braccio sporgente dalla nuda terra, per condurre il pubblico in un incalzante gioco di memorie, di sensazioni, di evocazioni. Il libretto, di Raffaella Sintoni e Andrea Cappelli, scarno nella sua essenzialità, mira a scavare nell’animo umano dei due protagonisti. Gilberto Cappelli ha composto l’opera. L’ espressionistica rappresentazione poggia sulle voci di un soprano e di un baritono e di un coro sempre presente sulla scena. La musica è manifestamente atonale, come in molti altri compositori contemporanei. Una messa in scena inquietante nella sua drammaticità perché indaga nelle pieghe dell’animo umano; “Anita” resterà negli annali. articolo pubblicato il: 24/08/2024 ultima modifica: 31/08/2024 |