speciale giornalismo e conflitti
giornalismo per la pace
di Norberto Gonzalez Gaitano

Il Giornalismo per la pace (Peace Journalism Option) è la proposta programmatica di un gruppo di giornalisti, accademici e studenti di Europa, Africa, Asia e Stati Uniti riunitisi in convegno a Taplow Court in Buckinghamshire (Gran Bretagna) nell’agosto del 1997 . La vicinanza temporale agli orribili massacri dei Grandi Laghi e il ruolo di alcuni media in quegli atti di barbarie è stato senz’altro uno dei motivi che ha spinto i convenuti a riflettere e ad offrire un’alternativa ai “media dell’odio” e alla passività dei grandi media occidentali disimpegnati nella causa dei diritti umani e della promozione positiva della pace .

Riassumo di seguito, sotto forma di contrapposizione, alcuni suggerimenti di questo documento programmatico che fanno al nostro caso . Deve intendersi che si presentano in veste di modelli-guida, di criteri di giudizio e di azione, ed offrono a mio avviso una valida mappa stradale ai giornalisti impegnati nell’informazione sulle guerre.

Giornalismo per la pace versus giornalismo conflittuale:

1. Il primo si volge alla pace e la risoluzione dei conflitti, il secondo si orienta alla violenza e la guerra. Seguono strategie e percorsi diversi: il giornalismo per la pace esplora la formazione dei conflitti, perciò cerca di mostrare le molteplici parti in contrasto, con i loro diversi obiettivi, presenta quindi una panoplia di argomenti (issues) che arricchiscono la comprensione dei problemi e orientano ad una soluzione win-win, vale a dire una soluzione nella quale tutti hanno qualcosa da guadagnare. Il suo antagonista, il giornalismo di guerra, si concentra sull’arena del conflitto, presenta due contendenti con un solo obiettivo, quello di vincere, poiché la guerra consiste in un gioco con un solo vincitore.

Il primo si apre allo spazio e al tempo, indaga ovunque sulle cause e i risultati e presta un’attenzione particolare alla storia e alla cultura; il secondo si chiude a spazio e tempo, si limita a vedere le cause e le conseguenze sull’arena del conflitto ed in particolar modo restringe l’indagine a chi ha scagliato la pietra per primo. Diceva Giovanni XXIII, parlando delle guerre, che bisogna “scoprirne le radici perché possano essere comprese e sanate” (Pacem in terris, n.6).

Nel primo caso il conflitto si rende più trasparente, nell’altro la guerra diventa opaca o segreta. L’uno offre voce in capitolo a tutte le parti messe a confronto, cercando di comprenderne le ragioni e vede il conflitto o la guerra come il problema, l’altro giornalismo presenta il problema in termini manichei “noi”-“loro” e finisce per diventare altoparlante della “nostra” voce, e il problema in questo caso non è quindi costituito dalla guerra ma da loro. Il giornalismo per la pace umanizza ogni avversario e focalizza l’attenzione sugli effetti invisibili della violenza (traumi, gloria, danni alle strutture e alla cultura); il giornalismo conflittuale incivilisce “loro” e osserva solo gli effetti visibili della violenza (morti, feriti e rovine). Per dirlo in due parole, il primo è giornalismo pro-attivo e documentato, il secondo è reattivo e passivo.

2. Il giornalismo per la pace si orienta alla verità e quindi espone le bugie di tutti i contendenti e scoperchia i segreti di ciascuna parte; il giornalismo di guerra espone le “loro” bugie ed aiuta a coprire le “nostri” trasgressioni, quando non si fa addirittura complice delle bugie della propria parte. Inoltre, il primo si mette dalla parte delle vittime, tutte le vittime, specie le donne, i bambini, gli anziani, dando voce ai senza voce; identifica per nome coloro che fanno del male e presta attenzione agli operatori di pace, insomma si volge alla gente. Il giornalismo di guerra si orienta e si concentra sull’élite: se dà informazioni sui peace-makers, lo fa per concedere visibilità ai politici o ai dirigenti delle grandi organizzazioni internazionali, e inoltre si preoccupa di identificare chi fa del male ma solo dalla “loro”parte.

3. Sono due i principi contrapposti che determinano le scelte in campo: la pace come equazione creativa della non violenza e della giustizia da una parte, e la pace vista come vittoria e silenzio delle armi, dall’altra. Nel primo caso si sottolineano le iniziative di pace anche per prevenire ulteriori conflitti armati e, a guerra finita, i giornalisti “restano in campo” per raccogliere e trasmettere informazioni sui problemi della pace, della ricostruzione e delle iniziative di riconciliazione. I giornalisti di guerra passano sotto silenzio le iniziative di pace quando la vittoria è a portata di mano e, spento il fuoco, alzano le antenne alla ricerca di un nuovo conflitto, abbandonano il campo e tornano solo se il focolaio si ravviva; i loro padroni, se continuano ad informare sulla guerra ormai finita, si occuperanno dei trattati, delle istituzioni e degli equilibri di geopolitica. Spesso inoltre succede, soprattutto fra gli analisti da scrivania della retroguardia, che “espongono il pensiero e le soluzioni non violente ai conflitti come rispettabili ma ininfluenti sul piano del cosiddetto realismo politico; quando presentano le voci critiche come sogni di anime belle, proposte insipienti, inutili, sterili, addirittura come posizioni conniventi con l’ingiustizia, la violenza e il terrorismo.