
cultura (1908-1950) Fu conosciuto dopo la seconda guerra mondiale, ma la sua formazione risale al periodo tra le due guerre. E' uno scrittore inquieto. Nasce in un paesino della provincia di Cuneo da una famiglia di agiate condizioni economiche e di medio livello sociale. Il padre gli muore a sei anni e la mamma, religiosa e premurosa, si assume il greve compito della educazione del figlio, che si laurea all'Università di Torino. Tradusse opere di autori inglesi e americani e fu collaboratore delle Edizioni Einaudi. Gli ultimi anni della vita fece di tutto, impiegato, insegnante, scrittore, propagandista politico. Eccentrico e con qualche anomalia di carattere, non si formò una propria famiglia. Terribilmente solo nel mondo, anche quando era clamorosamente famoso, chiuse la vita con il suicidio per narcotici. Pavese è un timido introverso e intuitivo. Non sa agire fuori di sé, e scarica dentro tutte le amarezze e le angosce. E' consapevole che la realtà che lo circonda è inesorabilmente dura e i suoi sentimenti, sbattendovi contro, non riescono a contrastarla. E allora o fa il patetico romantico o fa il ribelle sterile. Sa, infatti, che non riuscirà a cambiare una virgola della vita, che lui vede banalmente scialba e manifestamente sassosa. E vivrà, così, come un eterno adolescente, che mai diventerà uomo. Spiritualmente, e spesso materialmente, l'uomo per Pavese e simile a un personaggio che incontrò quando stava al confino, un pezzente, un tipo che all'improvviso fa capolino nella vita, trascurato, sbrindellato, senza quattrini e totalmente dipendente dalla cortesia altrui, puzzolente e, anche se sarcasticamente ridanciano, gelido e meschino. Socialmente la visione non cambia. Chi troviamo nella società ? : "ci sono vagabondi, scassinatori allegri, malinconici gentiluomini, ragazze ingenue, nobili spostati, politicanti, prostitute dai rigidi costumi, sposine disperate per dispetto, assassini..." Non si salva niente e nessuno. La verità è uguale alla menzogna, il bene al male. Quando l'uomo sbaglia cerca di riprendersi, incolpandosi, finendo per abbandonarsi alla deriva. La vita, anche se ognuno ci tiene a recitare bene la sua parte, è una mess'in scena. Finito lo spettacolo, tutto ritorna come prima, nel vuoto e nel nulla. Il male si diffonde ed estende a cerchi concentrici e la ripulsa e il tormento sommergono ogni cosa. Questo è il destino di tutti gli uomini, infelici murati in se stessi, esuli in un mondo in cui tutto va a rovescio. E che si chiude, ordinariamente, con un tragico scacco. Oltre la superficie del nostro mondo, c'è però una realtà nascosta, molto migliore di quel che sembra. A noi ci si rivela una piccola parte, molto è tenebra e mistero. Qualcosa, comunque, ci conduce alle soglie di questo mistero, non tanto la scienza o l'astratta ragione, quanto, invece, la religione e la poesia, che ravvivano immagini originali, o simboli vaghi o miti sacri ed eterni : l'amore della campagna, dell'infanzia, dei richiami dell'inconscio, delle fresche intuizioni dell'anima popolare, del senso del destino che ci domina e ci guida. Alcune considerazioni finali. Il mitismo doveva essere la bussola per orientare la vita nel viaggio verso l'assoluto e l'eterno, ma la forma indistinta e nebulosa in cui Pavese lo presenta, lo fa evaporare nel generico e nell'astratto, sfociando in tragiche delusioni. La via del mito pavesiano poteva anche condurre ad esiti felici, alla ricerca e alla conquista di un Bene e di una Verità essenziale, ma per effettuare quella ricerca ci vuole un impegno morale non indifferente che una volta sviluppato e via via potenziato non può non avvincere la volontà retta, per non fallire. E lui non ha ingaggiato questa lotta. Il vuoto e il buio del suicidio ne chiariscono e confermano l'esito.
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