cinema
romanzo criminale
di Franco Olearo

Italia/Francia/GB/USA 2005
Regia:
Michele Placido
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Giancarlo de Cataldo, Michele Placido
Durata: 150'
Interpreti: Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Jasmine Trinca, Anna Mouglalis, Gianmarco Tognazzi
Genere: Dramma

Più di trent'anni della storia (romanzata) della banda della Magliana e della storia d'Italia. Due furono le peculiarità di questo sodalizio di piccoli delinquenti di borgata che riuscirono a prendere il controllo dell'intera malavita romana: una crudeltà efferata che non si era ancora vista nel gangsetrismo nostrano e un approccio "imprenditoriale" volto a investire i guadagni illeciti per espandere continuamente la propria sfera di influenza. Charlie vive con i suoi genitori e i quattro nonni in una misera casa non lontano dalla fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, la più grande del mondo. C'è molto mistero intorno alla fabbrica: da anni continua a produrre ma nessun operaio entra o esce da quel portone né alcuno ha più visto il suo ormai mitico proprietario. Finché un giorno la notizia: i 5 bambini che troveranno un biglietto d'oro nelle tavolette di cioccolato Wonka saranno invitati a visitare la fabbrica e lo stesso proprietario farà loro da guida. Uno dei cinque riceverà alla fine un regalo molto speciale. Charlie vorrebbe tanto partecipare ma sa di poter ricevere una sola tavoletta all'anno,come regalo di compleanno...

Quattro adolescenti, ai tempi in cui l'Equipe '84 cantava "Ho in mente te" rubano una macchina per fare una corsa notturna fino a Ostia. Superano un posto di blocco, investono uno sconosciuto e infine vengono tutti catturati per finire in un carcere minorile. L'incipit del film è fondamentale per delineare i tre principali personaggi : il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Freddo (Kim Rossi Stuart), il Dandy (Claudio Santamaria) e per definire il cuore motivazionale delle loro prossime gesta: ragazzi che si trovano fin dall'inizio dall'altra parte della società (senza che ci sia data motivo per comprenderne il perché), rinforzati nella loro vocazione criminale da lunghi anni di carcere, desiderosi di conquistarsi una vita fatta a modo loro, lontani da umiliazioni e mediocrità Quando, ormai adulti, dopo il sequestro del barone Rosellini, decidono di non spartirsi il malloppo ma di investirlo per conquistare il controllo del traffico della droga a Roma, sono ormai avvezzi ad uccidere chiunque è di ostacolo ai loro piani e lo fanno con una determinazione mai vista alle nostre latitudini.

Michele Placido e gli sceneggiatori, fra cui lo stesso autore del libro omonimo, sono riusciti a inventare cinematograficamente una sorta di gangsterismo all'italiana, un po' improvvisato, con "er core" in mano, diverso dagli stereotipi ormai cristallizzati della mafia americana. Non si tratta di una semplice differenza geografica (fa una certa impressione vedere un regolamento di conti non all'ombra dei grattacieli di Chicago ma sulle scalinate della chiesa di S. Agostino, appena dietro Piazza Navona o un accoltellamento in pieno giorno sui gradini di Trinità dei Monti) ma un diverso modo di mescolare criminalità e normalità. Se il mafioso italo-americano, ci appare fotografato in Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990) di Martin Scorzese (quasi un documentario sulla vita quotidiana di un mafioso qualunque) in quel che veramente è: piccino e vanitoso, volgare e meschino e in fondo grigio nei suoi rituali familiari, i gangster di casa nostra sono più cupi e dannati: uccidono senza pietà ma si domandano continuamente quando toccherà anche loro e se il loro cugino americano conserva l'istituzione della famiglia a suo modo (con moglie e figli da una parte e amante dall'altra) i gangster nostrani hanno solo amicizie virili (la solidarietà fra i compagni di carcere) o amanti che sono in realtà prostitute e se avviano una relazione con una ragazza per bene, questa è destinata a concludersi drammaticamente. In una scena molto significativa il Dandy, durante uno degli incontri con "Zio Carlo" (la mafia ufficiale) chiede scusa a nome della sua banda per non avere la loro stessa "solida tradizione", per non disporre cioè, come accade a loro, di una struttura gerarchica a cui chiedere consiglio; loro sono solo dei ragazzi di borgata che prendono decisioni improvvisando sul momento.

Il film può veramente considerarsi un blockbuster italiano: con un costo di 8 milioni di euro, 9 mesi di lavorazione, un cast costruito intorno ai migliori attori del momento. Il risultato è tecnicamente molto valido:ottimo e affiatato tutto il cast (ma spiccano sopratutto Pierfrancesco Favino, il Libanese, a cui basta uno sguardo per trasmettere la sua autorità di capo e il romantico e dannato Kim Rossi Stuart); la sceneggiatura è densa ed efficace ma lo sforzo di concentrare più di 600 pagine del romanzo si sentono: gli eventi avanzano in modo incalzante con pochi momenti di riflessione e sembrano costituire una sorta di bignamino di qualcosa di più completo (si parla di una versione in DVD di 4 ore). Restano sacrificati sopratutto i collegamenti agli altri misteri dell'Italia di allora: la strage di Bologna, l'assassinio di Moro, l'omicidio Sindona. Passano rapidamente documentari dell'epoca, si allude a collusioni fra la banda e i servizi segreti deviati, ma il tutto resta in sottofondo, senza incidere sulle storie dei protagonisti.

Una altro film a cui viene spontaneo confrontare Romanzo Criminale è la Meglio Gioventù, che copre anch'esso lo stesso periodo, per arrivare fino ai giorni d'oggi. Le differenze però non sono solo quelle ovvie di una meglio gioventù contrapposta alla peggio gioventù, ma la distanza fra di loro è più profonda.

Il film di Marco Tullio Giordana è sopratutto una storia vista a consuntivo: a fronte di trent'anni ormai passati, i protagonisti posso dire di aver fatto quello che è stato giusto fare, chi come medico, chi come economista, o magistrato, o maestra o anche a modo suo, come è successo a Matteo, il poliziotto. E' un atteggiamento commemorativo e come tale sembra più destinato a chi ha ormai i capelli bianchi e ha vissuto quel periodo. Il film tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo, se è vero che si aggancia a un ben preciso periodo della storia italiana, cerca in realtà di essere una forma di romanzo popolare indirizzato direttamente ai giovani d'oggi e che trovano proprio negli attori che vi partecipano, tutti della generazione dei venti-trentenni, una precisa identificazione.

Venendo quindi più direttamente a esprimere un giudizio sui valori/disvalori presenti nel film e sull'impatto che può avere su chi non è stato contemporaneo degli eventi narrati, possiamo giudicare positivo il fatto che il male sia visto come male e che questo non può che portare alla autodistruzione (i protagonisti finiranno tutti morti ammazzati); anche riguardo alla droga ne sono mostrati tutti gli effetti distruttivi che finiscono per colpire proprio chi ha fatto del suo traffico il proprio business. E' anche vero però che si viene a formare come un alone di fascino maledetto intorno a questi giovani che desiderano guadagnare molto e in fretta, avere una macchina sportiva, la villa con piscina e pretendere la donna più bella sulla piazza. Il Freddo (Kim Rossy Stuart) impersona in pieno, da questo punto di vista, la romantica condizione di bello e dannato, mentre il Libanese, con la sua proposta di non distribuire i soldi del riscatto ma di investirli in opere criminali più vaste, sembra alludere a una forma di capitalismo finanziario negativo, i cui canali si incrociano molto sinistramente con quello ufficiale.

(per gentile concessione di www.familycinematv.it)