taccuino di viaggio
Khartoum (Sudan): La tomba del Mahdi
di Sergio Gigliati

L'aria è calda, secca; il profumo di tempi lontani e l'odore di ricordi ancestrali ci colpisce non appena la porta dell'aereo si apre sulla pista dell'aeroporto di Khartoum. Lungo la pista polverosa di sabbia millenaria ci vengono incontro, trascinando gli stanchi scarponi, quattro ragazzi in divisa militare verde. La prassi doganale non porta via più di pochi minuti. Fuori l'aeroporto pochi taxi, malconci come i loro proprietari, sono l'unico mezzo di trasporto per il centro città. E' notte; una notte luminosa, con un cielo stellato che ci lascia intimoriti, riverenti, con il naso all'insù per una manciata di interminabili secondi. Poi la corsa lungo strade sabbiose verso l'hotel Acropole, situato verso il centro della città, alle spalle del palazzo della Repubblica. Il nome Acropole non è casuale: il suo proprietario, George Paougulatos, ci fa notare di essere un vero e proprio greco, orgoglioso delle proprie origini. Ci accomodiamo nelle stanze che avevamo riservato e crolliamo esausti in un sonno ristoratore che ci avvolge silenziosamente. La città è avvolta anch'essa in un silenzio innaturale.

Khartoum è la capitale del Sudan, centro nevralgico di un paese in pieno mutamento. Qui, alla confluenza tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, presso la punta di Mogren si fondono non solo i due fiumi, ma secoli, millenni di storia legati alle antiche popolazioni nilote. L'Hotel Hilton, segno di un gesto significativo di apertura politica al turismo internazionale, si erge maestoso e superbo alle nostre spalle con le terrazze che dominano queste acque calme e tumultuose allo stesso tempo. Tutto intorno la città si estende su una superficie piatta e monotona che ci riempie di un senso di straordinaria ammirazione e, nel contempo, di angoscia. Khartoum è una città che si è formata nel secolo scorso dall'unione di tre grandi agglomerati: Khartoum, Khartoum nord e Omdurman. Ma potremmo dire che il Sudan stesso è nato il secolo scorso insieme a Khartoum. La città venne fondata, infatti, nel 1823 dall'allora Khedivè d'Egitto, Mehmet Ali durante una campagna di conquista nella quale annetté, con inaudita violenza, tutto il territorio circostante. L'annessione comportò comunque la creazione delle prime strutture amministrative moderne che furono poi riprese e sviluppate dall'amministrazione britannica. L'entità nazionale del paese si deve a Muhammad Ahmad ibn 'Abd Allah, detto il Mahdi (l'ispirato, guidato da Dio, Dongola 1843 - Omdurman 1885). Nel 1881 il Mahdi cominciò a predicare la "guerra santa" contro gli infedeli che sfocierà, nel 1983, nel sanguinoso attacco contro le truppe anglosassoni occupanti il Sudan.

La guerra che ne segui portò all'annientamento del corpo di spedizione egiziano di Hicks Pascià e al naturale coinvolgimento delle truppe inglesi che inviarono nel Sudan il generale Gordon. Quest'ultimo venne assediato all'interno della città di Khartoum, che cadde incondizionatamente poco dopo. Le giubbe rosse inglesi inviate in aiuto a Gordon Pascià non arrivarono in tempo per salvare il generale che morì trafitto da una lancia sulle scale della propria casa.

Ed è proprio questa la meta del nostro viaggio: i luoghi che sono stati teatro di sanguinosi scontri tra turco-egiziani, truppe anglosassoni e le forze del Mahdi.

Le strade sono color sabbia come gran parte della città di Khartoum, ma in questa parte del mondo anche la sabbia ha i suoi colori, le sue sfumature. Ci dirigiamo con un taxi verso il souk della città e in un attimo ci troviamo catapultati in un frastuono di luci, colori e odori ai quali i nostri sensi non sono abituati. Una fiumana di gente ci osserva divertita, scostandosi al nostro passaggio in una forma di cortesia e curiosità: non sono molti i turisti che si addentrano in questa parte della città. La gente è cordiale, gentile; una sorta di fierezza traspare dal loro portamento eretto e dai loro occhi profondi, del colore della notte. Un venditore richiama la nostra attenzione mostrandoci fiero grandi pezzi di carne esposti all'aperto su vecchi ganci: qui il frigorifero è un bene troppo caro. Ci spostiamo insieme ad altri viandanti per cedere il passo ad un contadino che, sul proprio asinello bianco come il colore della sua galabeya, ci regala un sorriso. La mattina trascorre tra essenze e profumi di spezie sconosciuti. Pochi minuti di taxi e ci troviamo a Omdurman, antica capitale del Sudan, di fronte a Khartoum sull'altra riva del Nilo. Qui si erge il mausoleo del Mahdi, sormontato dal suo emblema, la mezzaluna trafitta dalla lancia, e la sua moschea. Il colore argenteo della cupola principale si staglia contro il cielo, creando giochi di luce e riflessi. Proviamo ad entrare e subito veniamo accolti da un guardiano, Mohamed, che ci offre del tè tra le palme nel giardino della moschea. Sorseggiamo la bevanda calda mentre dialoghiamo, in uno stentato inglese, con il padrone di casa che ci narra delle gesta del Mahdi e di quanto sia importante il neomadhismo che ancora oggi sopravvive nella città di Omdurman. Mentre ci aggiriamo solitari nella moschea veniamo travolti da una chiassosa e gioiosa scolaresca di bambine che, con le loro vesti tipiche bianche, animano tutto il circondario. Le seguiamo affascinati al seguito dei loro maestri, mentre prendono coscienza di una parte della loro storia moderna. Tappa successiva del loro itinerario sarà il museo archeologico e quello etnologico. Ci avviamo verso il palazzo del califfato che ospita vari ricordi dei due storici combattenti, Gordon e 'Abd Allah. Qui colpisce in particolar modo la visione di alcuni tamburi appartenenti alle truppe indigene; questi strumenti venivano suonati in occasione delle cariche dei guerrieri convinti, nel loro fanatismo, di essere invulnerabili. Il giorno trascorre velocemente. Ci apprestiamo sulla via del ritorno costeggiando il Nilo Bianco. Sulle sue acque larghe e poco profonde scivola lentamente un grande battello a ruota colpito dai riflessi del tramonto. I colori sono incredibili: in pochi istanti il cielo passa dall'azzurro al rosa pallido, all'arancione, al rosso mattone, sfiorando tutte le tinte immaginabili. Un regalo inatteso alla fine di una stancante giornata. E mentre ci apprestiamo al ritorno in albergo la nostra mente vola all'indomani, alle sorprese che incontreremo sulla nuova avventura che ci attende: la risalita verso le piramidi di Meroe fino al Gebel Barkal, centinaia di kilometri a Nord.

Insciallah