
politica estera Il primo gennaio 2007 l'Europa si è allargata per la quinta volta. I nuovo entrati aggiungono all'Unione europea trenta milioni di nuovi cittadini e spostano i suoi confini fino alle sponde del Mar Nero. Dopo l'ingresso (avvenuto nel maggio del 2004) di otto paesi dell'ex blocco comunista, queste due nuove adesioni spingono ancora più ad Est gli equilibri della Comunità e suscitano nuovi dubbi sulla gestione delle numerose problematiche di un gigante formato da 27 paesi. L'euroscetticismo, infatti, dilaga: in un recente sondaggio solo il 46% dei cittadini europei si dice favorevole ai recenti allargamenti. Romania e Bulgaria, pur avendo un invidiabile tasso di crescita (attestatosi intorno al 5%), saranno le nazioni più povere del lotto, con un reddito medio equivalente ad un terzo rispetto alla media europea e numerosi problemi riguardanti soprattutto lotta alla corruzione, la gestione dei fondi agricoli e strutturali, gli standard di sicurezza alimentare (le esportazioni di latte e carne) e il trasporto aereo. L'analisi di questa serie di incognite ha spinto la Commissione europea a porre i due paesi sotto osservazione, esattamente come era accaduto per i dieci ingressi avvenuti nel 2004; sono state previste numerose clausole di salvaguardia che, per i prossimi tre anni, minacciano di privare i nuovi entrati dei cospicui fondi Ue (circa 30 miliardi di euro in 5 anni). In caso di gravi irregolarità il trasferimento monetario verrebbe immediatamente sospeso privando così sia Sofia che Bucarest di quel fondamentale aiuto economico di cui entrambi i paesi necessitano per poter rimanere attaccati al "treno europeo". Altro tema di scottante attualità è la temuta invasione dall'Est: numerosi paesi membri hanno infatti scelto di imporre restrizioni (possibilità prevista dai trattati di adesione) al libero ingresso di lavoratori rumeni e bulgari: Gran Bretagna e Irlanda hanno deciso di applicare quote di ingresso; Olanda, Danimarca, Spagna, Belgio, Grecia, Austria, Lussemburgo hanno prorogato le misure restrittive già adottate per gli ingressi del 2004; la Francia ha permesso il libero ingresso solo in un ristretto numero di settori (agricoltura, edilizia e commercio). Sono solo dieci (in gran parte di recente ingresso nell'Unione) i paesi che non hanno previsto vincoli per la manodopera Est-europea: Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Cipro, Repubblica Ceca, Slovenia, Finlandia e Svezia sembrano le uniche nazioni disposte ad accettare totalmente e fin da subito l'ingresso dei nuovi membri, rispettando il principio basilare del libero transito dei lavoratori. L'Italia, dal canto suo, spinta anche dal recente ingresso nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu ad una politica estera assai prudente ed equilibrata, ha scelto di adottare un regime transitorio che stabilisce l'apertura immediata per i settori del lavoro dirigenziale e altamente qualificato, di quello agricolo, del turistico-alberghiero, dell'edilizio, del metalmeccanico e del lavoro domestico e di assistenza alle persone; l'impressione è che siano stati scelti quei settori in cui la presenza di lavoratori bulgari e rumeni è già massiccia, così da non stravolgere più di tanto il complesso quadro dell'occupazione italiana. L'Unione europea, intanto, sancendo ufficialmente nell'ultimo vertice dei leader il principio della capacità di assorbimento, lancia un segnale forte sul ritmo dell'allargamento; la soglia della governabilità è già in grave pericolo e affrettare nuove adesioni porterebbe solo all'aggravarsi delle difficoltà istituzionali.
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