taccuino di viaggio
Giordania: Wadi Rum
di Sergio Gigliati E Claudio Tarricone

Ammina ci parlava di suo padre, di suo padre e di quello strano personaggio inglese con il quale lui spesso si incontrava. Lei non l'aveva mai conosciuto, ma era come fosse stato uno di famiglia. Lawrence le pare si chiamasse, o come diceva suo padre "El Orens". Suo padre le raccontava spesso, la sera davanti al fuoco e sotto un cielo carico di stelle, di quanto quello strano individuo, venuto da una terra lontana, amasse rifugiarsi in questa terra e di come da qui avesse condotto la rivolta contro i turchi alla guida dei beduini arabi. Ci raccontava entusiasta di come il padre avesse scoperto la "valle segreta" di Lawrence dove quest'ultimo amava riposare tra un'incursione e l'altra, all'ombra dei tamerici e tra le limpide e fresche acque delle piccole cascate rese famose dal libro "I sette pilastri della saggezza". Suo marito, Ahmed, portava spesso sua figlia Jasmine a bagnarsi in quelle acque situate al centro di un piccolo paradiso terrestre. Ammina, con i suoi tre figli, raccontava incantata tutto questo e noi ammaliati dal suono argentino della sua voce vivevamo con la fantasia l'esperienza di quei luoghi, la magia del deserto, l'immensa distesa che si stendeva tra grandiosi scenari di rocce rese rosse dalla luce del sole e la sabbia che fluiva soffice tra le nostre dita. Eravamo finalmente immersi nello Wadi Rum. Lo Wadi, una valle di sabbia e rocce situata nel sud della Giordania, si sviluppa lungo una regolare insenatura tra le rocce formate da arenaria rossa. L'arenaria si modella in strane forme rese ancor pił suggestive dai colori dei minerali che la compongono e dall'erosione degli agenti esogeni. Qui il vento ha disegnato la roccia lungo il corso di milioni di anni, dieci per l'esattezza, tanti quanti ne ha la valle. Si tratta probabilmente di una delle zone geologiche pił giovani della terra, formatasi in seguito allo sprofondamento del Mar Morto, cuna faglia che incide l'Africa ed il Medio Oriente lungo una direttrice di oltre 10.000 chilometri. Lo Wadi e' lungo circa 40 chilometri, ed i suoi affluenti, ormai in secca, corrono per un dislivello di almeno 800 metri prima di arrivare al mare, nel golfo di Aqaba. Siamo arrivati sin qui dopo aver attraversato, da Amman, il piatto altipiano giordano. La nostra mente va alle carovane che nei secoli scorsi hanno percorso queste strade, lungo piste che passavano dai freddi altipiani agli aridi ed infuocati deserti. In epoche recenti i Nabatei controllavano questi luoghi e tutte le rotte commerciali e carovaniere, attribuendo allo Wadi, una posizione privilegiata e strategica. Ancor oggi la loro presenza aleggia in tutta l'area, sebbene sia stata cronologicamente alquanto breve: dal IV sec. a.C. al 106 d.C., anno dell'estensione della legge Romana in questi luoghi da parte dell'imperatore Traiano.

Ammina ha riscaldato lo stufato di agnello e chiede di unirci al loro pasto: gli ospiti sono sacri per la sua tribł. Fuori la tenda sua madre sta tessendo un tappeto, muovendo con impagabile maestria le mani sui fili lungo assi di legno, movimenti lenti, meccanici, acquisiti e tramandati di generazione in generazione. Siamo in attesa di Ahmed che tra poco ci raggiungerą dopo una giornata passata con gli armenti lungo gli anfratti interni della valle. I bambini di Ammina giocano con noi dopo aver superato un primo momento di vergogna: d'altronde non capita spesso di vedere persone estranee alla loro famiglia. In lontananza scorgiamo un puntino nero uscire dal nulla, una figura umana che si avvicina a noi quasi librandosi nell'aria: sembrano attimi surreali. Man mano che si avvicina sentiamo i bambini voceggiare contenti e subito dopo andargli incontro gridando: zia . E' la sorella di Ammina che e' venuta a trovarli, sbucata da chi sa dove. E' un momento di festa. La zia porta con se delle caramelle che vengono letteralmente divorate dai nipotini. Siamo capitati nel bel mezzo di una riunione di famiglia che non vogliamo interrompere. Lasciamo le donne assorte nei loro discorsi e ci spingiamo in direzione del deserto. Camminiamo per circa un ora verso una collina che svetta maestosa nei pressi. Uno stretto sentiero cattura la nostra attenzione e non esitiamo a raggiungerlo. Ci arrampichiamo lungo la roccia seguendo quella che sembra un'antica canalizzazione per le acque. Sbuchiamo su di una piccola radura quasi in cima alla collina. La vista e' da togliere il fiato. Antichi muri a secco e incisioni nabatee (tutto l'area ne e' piena), miste a simboli tribali ed arabi testimoniano la frequentazione del posto in varie epoche. Negli anfratti sono ancora visibili frammenti della classica e delicata ceramica rossa nabatea, probabilmente proveniente dall'antica capitale Petra. L'orizzonte si spiana innanzi a noi a perdita d'occhio, mentre il sole gioca con le rocce, regalandoci un caleidoscopio di colori. Cominciamo a comprendere quello che Lawrence sentiva in questo angolo di mondo che scelse come rifugio. E' la testimonianza stessa dell'esistenza di Dio: qui tutto e' mutevole e contemporaneamente immobile, il cielo si fonde con la terra , il frastuono del silenzio diviene assordante, il nulla diviene palpabile. E anche noi ci sentiamo un po' Lawrence d'Arabia come quando, insieme a Faisal, guidava all'attacco dell'esercito turco i beduini gridando, come nel famoso ed omonimo film interpretato da Peter O'Toole, "Ad Aqaba, ad Aqaba".