ritrattino
Isabella Andreini
di Carla Santini

Nei manuali scolastici il nome di Isabella Andreini spesso non appare e, quando accade, è generalmente citata come attrice di quella "Commedia dell'Arte" che è così negletta tra le patrie lettere ed invece così importante nella storia della nostra cultura.

La fama di Isabella, nata Canali, resta dunque legata a quella Compagnia dei Gelosi fondata da suo marito Francesco de' Cerrachi, militare che per otto anni fu prigioniero dei turchi, il quale cambiò il proprio cognome in Andreini quando decise di mettersi a fare l'allora disonorante mestiere dell'attore.

Isabella era nata a Padova nel 1562 da genitori di buona famiglia e di scarse risorse che fecero di tutto per impartirle un'istruzione di gran lunga superiore a quella comune alle donne dell'epoca. Interpretò così magistralmente il ruolo dell'Innamorata che dopo di lei in molti canovacci l'Innamorata si chiamò Isabella.

Oggi pochi conoscono le sue "Rime, apprezzate dai migliori letterati del tempo, come Torquato Tasso e Gabriello Chiabrera, eppure le sue poesie sono di una dolcezza ed una profondità tali da farle gustare ancora oggi, nessuno ricorda "Mirtilla", la favola pastorale da lei composta, né qualcuno si prende la briga di leggere le "Lettere", pubblicate postume dal marito. Isabella Andreini resta comunque nella memoria per la performance che attuò a Firenze nel 1589, in occasione delle nozze del Granduca Ferdinando I con Cristina di Lorena, nel teatro Mediceo. Da un normale canovaccio Isabella trasse la famosa "Pazzia di Isabella". Dovendo presentare una giovane che impazzisce per amore e alla fine rinsavisce, Isabella lasciò dietro di sé tutte le convenzioni fino ad allora utilizzate per rappresentare la pazzia per improvvisare qualcosa di memorabile, detto senza alcuna retorica.

Utilizzando il "grammelot", il linguaggio inventato dai comici che imitava i suoni delle varie lingue, per intenderci quello rimesso in auge da Dario Fo, Isabella si mise ad interrogare i comprimari parlando ora in francese, in spagnolo, in greco, poi, dopo una serie di canzonette in francese, in omaggio alla sposa, imitò tutti i comici, rifacendo il verso a Pantalone, allo Zanni, al Capitano ed alla Servetta. Infine, dopo essere rinsavita bevendo un'acqua speciale, fece una dotta ed acuta dissertazione sulle passioni d'amore e sui travagli che queste possono provocare nell'animo umano.

Abituati a ben altre pazzie da parte delle attrici, come quella tipica di vestirsi in modo strano e di dare in escandescenze o quella di improvvisare uno spogliarello, che peraltro non sarebbe stato gradito dal cattolicissimo Granduca, gli spettatori rimasero folgorati e la fama dell'Andreini si diffuse ancor di più di quanto non lo fosse fino a quel giorno.

Prima di morire per un'improvvisa malattia, nel giro di pochi giorni, a Lione nel 1604, Isabella riuscì nell'intento più unico che raro di entrare, lei donna, in un'accademia letteraria, quella degli Intenti. Come accademica fece incidere il proprio stemma, raffigurante un razzo, con il motto "Elevat ardor", la fiamma innalza. La scelta del razzo stava ad indicare l'artificialità delle passioni che l'attore mostra come se fossero autentiche.